L’Italia torna a farsi notare nella mappa globale dell’alta formazione. La nuova QS World University Rankings 2026, pubblicata il 19 giugno 2025, certifica un miglioramento complessivo del sistema, con il Politecnico di Milano che entra per la prima volta nella Top 100 mondiale e la Sapienza di Roma al 128° posto. È un segnale incoraggiante, che testimonia la qualità della ricerca e della formazione italiane, ma anche la necessità di una strategia più ampia per consolidare nel tempo l’attrattività verso studenti e docenti stranieri.
Secondo i dati OCSE, la quota di studenti internazionali iscritti alle università italiane è scesa dal 5,6% al 4,8% tra il 2018 e il 2023, mentre la media dei Paesi membri è salita al 7,4%. Un divario che riflette la difficoltà di competere con sistemi accademici più internazionalizzati, dove i campus sono pensati come ecosistemi globali, capaci di offrire corsi in inglese, servizi dedicati, alloggi e percorsi di carriera integrati con il mercato del lavoro.
Eppure qualcosa si muove. Negli ultimi anni diversi atenei italiani hanno investito per rafforzare il proprio profilo internazionale. Il Politecnico di Milano, la Sapienza, l’Università di Bologna, la Federico II di Napoli, Padova e Tor Vergata stanno ampliando l’offerta formativa in lingua inglese e consolidando reti di cooperazione scientifica e accademica con università europee e asiatiche. A Roma, in particolare, Tor Vergata si distingue per la crescita costante di studenti stranieri e per progetti innovativi come “Insieme siamo migliori”, che favorisce l’incontro interculturale e la coabitazione solidale tra studenti e famiglie locali: un modello di apertura che unisce accoglienza e integrazione.
La classifica QS 2026 – che valuta oltre 1.500 università in 106 Paesi, sulla base di indicatori come reputazione accademica, citazioni scientifiche, internazionalità di studenti e docenti e reti di ricerca globali – fotografa dunque un sistema italiano in transizione. Da un lato, la qualità della ricerca resta alta e riconosciuta; dall’altro, l’assenza di investimenti strutturali e di una visione di lungo periodo continua a frenare la piena competitività.
La spesa pubblica per studente universitario, pari a 8.992 dollari l’anno contro i 15.102 della media OCSE, pesa sulla disponibilità di borse di studio, residenze e infrastrutture digitali. Eppure la domanda di università italiane cresce: l’appeal culturale, la reputazione scientifica e i costi di vita più bassi rispetto alle grandi capitali europee restano punti di forza.
Per molti osservatori, la sfida dei prossimi anni sarà trasformare i singoli casi di eccellenza in un sistema riconoscibile e competitivo a livello internazionale. Servono politiche coordinate, incentivi fiscali, programmi di mobilità strutturati e un miglior collegamento tra università e impresa. Solo così l’Italia potrà passare dalla “buona reputazione” alla vera competitività globale: quella che fa di un Paese non solo una meta di studio, ma un luogo in cui costruire il proprio futuro.
Valentina Alvaro



