C’è un dato che pesa più degli altri, anche quando non viene detto apertamente: il tempo. Non quello dello studio, della crescita o della ricerca, ma quello impiegato per arrivare alla laurea. Oggi, nel sistema universitario italiano, la velocità è diventata una variabile che incide sempre di più anche sulla distribuzione delle risorse.
Il meccanismo è noto. Tra i criteri che contribuiscono alla ripartizione dei finanziamenti agli atenei ci sono indicatori legati alla regolarità delle carriere degli studenti. In altre parole, quanti si laureano “in corso” e quanti invece impiegano più tempo. Un parametro apparentemente neutro, che però rischia di produrre effetti meno visibili e più profondi.
Perché se è giusto incentivare percorsi di studio lineari, è altrettanto vero che non tutte le carriere universitarie sono uguali. Dietro uno studente fuori corso possono esserci molte storie diverse: chi lavora per mantenersi, chi affronta difficoltà economiche, chi cambia percorso dopo una scelta iniziale poco consapevole, chi rallenta per motivi personali o di salute. Ridurre tutto a un indicatore di “ritardo” significa appiattire la complessità reale delle vite degli studenti.
Il rischio è che si crei una tensione silenziosa tra due obiettivi: da un lato migliorare le performance del sistema, dall’altro garantire accesso, inclusione e qualità della formazione. Perché se la velocità diventa un criterio premiante, gli atenei possono essere spinti — anche indirettamente — a privilegiare percorsi più “rapidi”, scoraggiando quelli più complessi o meno lineari.
Non si tratta di un’accusa, ma di una domanda che il sistema deve porsi con onestà: cosa vogliamo misurare davvero? Il tempo di attraversamento o la qualità dell’esperienza universitaria?
In questo scenario, il tema dei fuori corso diventa una lente attraverso cui leggere una trasformazione più ampia. L’università non è più soltanto un luogo di formazione, ma un sistema che risponde a logiche di valutazione sempre più stringenti, dove ogni indicatore contribuisce a definire priorità, strategie e, inevitabilmente, scelte.
Eppure, proprio mentre si chiedono performance sempre più alte, il profilo degli studenti cambia. Crescono gli iscritti che lavorano, aumentano le fragilità sociali, si moltiplicano i percorsi non lineari. Una realtà che difficilmente può essere compressa dentro tempi standardizzati.
Forse il punto non è eliminare gli indicatori, ma interrogarli. Capire se raccontano davvero ciò che accade o se, invece, rischiano di orientarlo. Perché quando un sistema premia la velocità, senza distinguere le condizioni di partenza e i percorsi individuali, il rischio è che a essere penalizzata sia proprio la complessità.
E con essa, una parte fondamentale dell’università: la sua capacità di includere, accompagnare e formare, anche quando il percorso richiede più tempo.
Valentina Alvaro



