Da oltre mille giorni l’offensiva russa in Ucraina sembra aver perso la spinta che, nelle prime fasi del conflitto, aveva fatto temere un rapido collasso di Kiev. Le truppe di Mosca avanzano lentamente, tra perdite crescenti e un logoramento che appare sempre più evidente, mentre l’Ucraina, pur tra difficoltà economiche e militari, resiste con una tenacia che sorprende molti osservatori internazionali. Le linee del fronte, da Kharkiv al Donbass, mostrano un equilibrio precario ma sostanzialmente immobile. La superiorità numerica dei russi non si traduce più in un vantaggio strategico: carenze di equipaggiamento moderno, problemi logistici e un morale in calo stanno minando la capacità offensiva dell’esercito di Putin. Dall’altra parte, l’Ucraina sfrutta con intelligenza il supporto occidentale, in particolare le forniture di armi a lungo raggio e l’addestramento fornito da paesi NATO, riuscendo a contenere l’avanzata e infliggere colpi mirati alle infrastrutture militari nemiche. Il Cremlino, nel frattempo, tenta di mantenere un equilibrio interno tra propaganda patriottica e crescente malcontento sociale, alimentato dalle sanzioni e dal peso economico del conflitto. Sul piano diplomatico, la Russia appare più isolata che mai, con partner storici come la Cina e l’India che mantengono una prudente distanza, limitandosi a richiami formali alla pace. Anche all’interno delle élite russe si avverte un senso di impasse: la “guerra lampo” promessa da Putin si è trasformata in una lunga e costosa impresa, senza una chiara via d’uscita. Lo stallo, dunque, non è solo militare ma anche politico. Ogni settimana di combattimenti aggiunge nuove ferite a un conflitto che sembra destinato a ridefinire gli equilibri dell’Europa orientale e il futuro stesso del potere in Russia.
Stallo dell’armata di Putin in Ucraina
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