Nati per sostenere gli studenti universitari, i prestiti d’onore in Italia finiscono spesso per rivelarsi un percorso a ostacoli. Le banche, pur operando con una garanzia pubblica parziale, chiedono comunque numerosi requisiti: un garante con reddito stabile, documentazione patrimoniale, merito scolastico. In pratica, chi proviene da famiglie meno abbienti — i destinatari ideali dello strumento — è proprio chi ha più difficoltà ad accedervi.
Il paradosso è evidente se si guarda agli altri Paesi europei. Nel Regno Unito e in Olanda, i prestiti sono gestiti direttamente dallo Stato e non dalle banche. Non servono garanti familiari: il rimborso avviene solo se, dopo la laurea, il reddito del beneficiario supera una soglia minima. Se non la si raggiunge, il debito non viene chiesto indietro.
In Germania, ad esempio, funziona il sistema BAföG(Bundesausbildungsförderungsgesetz), un sostegno pubblico che unisce borsa di studio e prestito. Metà dell’importo ricevuto non va restituito, l’altra metà è un prestito a tasso zero, da rimborsare solo dopo la laurea e con un tetto massimo che evita debiti eccessivi. Anche qui il reddito familiare conta solo per stabilire l’importo, ma non servono garanzie aggiuntive.
Nei Paesi scandinavi, dove le tasse universitarie sono basse o inesistenti, oltre metà degli studenti riceve prestiti statali senza alcun intervento delle famiglie.
L’Italia, invece, resta indietro. Lo Stato copre solo una parte del rischio, ma lascia alle banche l’ultima parola. Così uno strumento pensato per allargare l’accesso agli studi rischia di funzionare al contrario: un aiuto che altrove abbatte le disuguaglianze, in Italia finisce per rafforzarle.
Valentina Alvaro



