Sono arrivate da tutto il mondo le reazioni all’operazione militare statunitense che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores. Tra prese di posizione ufficiali, appelli alla prudenza e dure condanne, il raid americano apre una nuova fase di forte tensione internazionale.
In Italia, Palazzo Chigi ha giudicato «legittimo l’intervento di natura difensiva degli Stati Uniti», pur ribadendo che «l’azione militare non è mai la strada da percorrere». Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha assicurato che il governo italiano sta «monitorando con attenzione le condizioni dei connazionali presenti nel Paese, compresi cittadini italiani detenuti come Alberto Trentini».
Sul piano politico interno, la Lega ha sollevato provocatoriamente la questione di un eventuale sostegno militare a Caracas: «Manderemo le armi al Venezuela?». Dure invece le critiche dell’opposizione. Alleanza Verdi e Sinistra ha chiesto la convocazione urgente della commissione Esteri, mentre la segretaria del Partito democratico Elly Schlein si è detta «preoccupata» e ha convocato la segreteria nazionale del Pd.
Cautela dalle principali cancellerie europee. La Francia ha ammonito che l’operazione avrebbe «violato il diritto internazionale», mentre il governo spagnolo si è offerto come mediatore per favorire una soluzione diplomatica della crisi.
Condanna netta da parte della Russia. Il ministero degli Esteri di Mosca ha esortato gli Stati Uniti a liberare il presidente venezuelano «legittimamente eletto» e sua moglie, sottolineando «la necessità di creare le condizioni per risolvere qualsiasi problema tra Stati Uniti e Venezuela attraverso il dialogo».
Anche la Cina ha espresso «profondo shock» e una «ferma condanna» per l’uso della forza contro il Venezuela. Pechino ha invitato Washington a «rispettare il diritto internazionale e i principi della Carta delle Nazioni Unite» e a cessare «le violazioni della sovranità e della sicurezza di altri Paesi».
Toni durissimi anche nei confronti della Colombia. Il presidente Trump ha accusato Bogotà di essere un centro di produzione e traffico di cocaina verso gli Stati Uniti: «Ha fabbriche che producono cocaina e la stanno mandando negli Usa. Sì, non cambio idea: penso che dovrebbe guardarsi il didietro». In risposta alle minacce, la Colombia ha annunciato il dispiegamento dell’esercito lungo il confine, anche per contenere eventuali flussi migratori legati alla crisi venezuelana.



