Secondo le massime autorità iraniane, le proteste che da giorni attraversano il Paese sarebbero fomentate, alimentate e in alcuni casi direttamente guidate da potenze straniere, in primo luogo dagli Stati Uniti. È la linea ribadita pubblicamente dalla leadership di Teheran, che attribuisce a interferenze esterne l’ondata di disordini in corso.
In un discorso pronunciato a Teheran, la Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, ha ripetuto un’accusa più volte avanzata dai funzionari iraniani, sostenendo che Paesi come Israele e gli Stati Uniti sarebbero dietro le manifestazioni. Khamenei ha inoltre puntato il dito contro «il nemico» per il crollo del rial, la moneta nazionale iraniana, aggravando il quadro economico già fragile.
«Un gruppo di persone, incitate o assoldate dal nemico, sta sostenendo commercianti e negozianti e intonando slogan contro l’Islam, l’Iran e la Repubblica Islamica. Questo è ciò che conta di più», ha dichiarato la Guida suprema.
Intanto continua a salire il bilancio delle vittime. I morti legati alle proteste sono arrivati ad almeno dieci. Nelle ultime ore, due episodi hanno segnato un nuovo livello di violenza. A Qom, città che ospita i principali seminari sciiti del Paese, una granata è esplosa uccidendo un uomo. Secondo quanto riferito dai media locali citando fonti della sicurezza, la vittima stava trasportando l’ordigno con l’intento di colpire la popolazione della città, situata a circa 130 chilometri a sud di Teheran. Video diffusi online mostrano incendi nelle strade di Qom durante la notte.
Un secondo decesso è stato registrato nella città di Harsin, a circa 370 chilometri a sud-ovest della capitale. In questo caso, un membro dei Basij — il corpo volontario della Guardia Rivoluzionaria iraniana — è rimasto ucciso in un attacco condotto con armi da fuoco e coltelli nella provincia di Kermanshah.
Le manifestazioni si sono estese a oltre 100 località in 22 delle 31 province iraniane, confermando la portata nazionale delle proteste e alimentando la preoccupazione delle autorità per una possibile escalation della violenza.



