La proposta italiana di utilizzare i fondi di coesione europei per fronteggiare il caro energia viene presentata come una misura pragmatica e urgente.In realtà rivela molto di più:svela la difficoltà politica del governo Meloni nel costruire una strategia industriale credibile e mostra la tendenza ormai strutturale di parte della classe dirigente italiana a trasformare le risorse straordinarie europee in strumenti tampone per emergenze continue.Il ministro Raffaele Fitto e la presidente del Consiglio chiedono a Bruxelles di autorizzare gli Stati membri a deviare una parte consistente delle risorse destinate alla coesione territoriale verso il sostegno energetico a famiglie e imprese.Un’operazione che sul piano comunicativo appare semplice e persino ragionevole:se il costo dell’energia mette in difficoltà cittadini e aziende allora perché non usare fondi europei già disponibili?Il punto però è un altro.I fondi di coesione nascono per ridurre i divari strutturali tra regioni europee,non per finanziare interventi emergenziali destinati ad assorbire shock temporanei.Utilizzarli in questo modo significa accettare implicitamente che le politiche industriali e sociali nazionali non siano più in grado di reggere le crisi senza cannibalizzare risorse pensate per lo sviluppo di lungo periodo.Il paradosso è evidente.L’Italia è uno dei principali beneficiari della politica di coesione proprio perché presenta squilibri territoriali cronici soprattutto nel Mezzogiorno.Eppure invece di accelerare investimenti produttivi,infrastrutture,innovazione e occupazione stabile il governo propone di spostare quelle risorse verso una gestione emergenziale dell’energia.In pratica si sceglie il presente contro il futuro,la sopravvivenza politica immediata contro una strategia di trasformazione economica.Il richiamo ai “furbetti del quartierino” non è casuale.Per anni la politica italiana ha affrontato i vincoli europei cercando scorciatoie finanziarie,deroghe temporanee e flessibilità straordinarie spesso senza costruire riforme strutturali.Oggi il meccanismo si ripete con un’aggravante:l’Europa attraversa una fase in cui ogni Stato membro tenta di proteggere il proprio sistema produttivo e il rischio di una competizione interna sui sussidi è sempre più concreto.La Germania ha già dimostrato di poter mobilitare risorse enormi per sostenere la propria industria.L’Italia,non avendo la stessa forza fiscale,cerca invece di riprogrammare fondi comuni destinati alla convergenza europea.Il risultato rischia di essere devastante proprio per le aree più fragili.Se i fondi di coesione vengono trasformati in strumenti per compensare il caro bollette si riduce inevitabilmente la capacità di finanziare opere pubbliche,transizione tecnologica,servizi locali e sviluppo territoriale.Le regioni più deboli perderanno investimenti strutturali in cambio di misure temporanee incapaci di modificare le cause profonde della loro marginalità economica.Si crea così un circolo vizioso:l’emergenza divora la programmazione e la mancanza di programmazione genera nuove emergenze.C’è poi una questione politica europea tutt’altro che secondaria.La richiesta italiana rischia di alterare il significato stesso della politica di coesione.Se ogni crisi diventa un motivo per ridefinire la destinazione dei fondi comuni,l’Unione finirà per perdere uno dei pochi strumenti realmente orientati alla riduzione delle disuguaglianze territoriali.Il principio solidaristico verrebbe sostituito da una logica puramente difensiva dove ogni governo utilizza le risorse europee per tamponare le proprie fragilità interne.Nel breve periodo questa strategia può persino produrre consenso perché consente di presentare ai cittadini misure immediate contro il caro vita.Ma nel medio termine lascia irrisolto il nodo centrale:l’assenza di una politica energetica europea davvero integrata e la debolezza strutturale di economie come quella italiana,dipendenti da importazioni energetiche,crescita lenta e bassa produttività.La verità è che l’Europa non ha bisogno di trasformare i fondi di coesione in un bancomat permanente per le emergenze.Ha bisogno di governi capaci di usare quelle risorse per rafforzare autonomia industriale,innovazione e competitività.Se invece la politica continuerà a consumare il futuro per comprare stabilità immediata allora il rischio non sarà soltanto economico ma democratico.Perché quando anche gli strumenti pensati per ridurre le disuguaglianze vengono sacrificati alla gestione dell’emergenza significa che la visione strategica è stata sostituita definitivamente dalla navigazione a vista.
Fitto e Meloni come i furbetti del quartierino chiedono all’UE di sacrificare la coesione contro il caro energia
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