L’ONU: “Più potere alla società civile”C’è una cifra che fa girare la testa, e non per i soliti bonus da manager: il 5 per cento del Pil mondiale. Circa 3.000 miliardi di dollari all’anno che semplicemente… spariscono. Risucchiati dalle falle della corruzione, dai fondi pubblici destinati a ospedali e scuole che finiscono in paradisi fiscali, dalle mazzette sotto banco per un appalto truccato. Contro questo “buco nero” dell’economia globale, l’Onu prova a cambiare strategia. Non solo leggi, non solo polizia. Ma i cittadini in prima linea. L’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC) ha appena aggiornato la sua “Guida della società civile alla Convenzione Onu contro la corruzione” (UNCAC), un manuale di resistenza attiva per chi vuole sporcarsi le mani. Letteralmente. Un’arma a 192 colpi. L’UNCAC, entrata in vigore nel 2005, è l’unico trattato globale legalmente vincolante contro la corruzione. Ratificato da 192 Paesi — praticamente tutti — è considerata la “Costituzione” dell’anticorruzione. Ma c’è un problema: i governi, da soli, faticano ad applicarlo. O, a volte, non hanno alcuna intenzione di farlo. Da qui la scelta radicale del nuovo rapporto: aprire le porte della revisione tra pari — il meccanismo con cui gli Stati giudicano le performance degli altri Stati — alla società civile. Non più spettatori, ma controllori. “Il 93 per cento delle visite nei Paesi previste dal meccanismo di revisione coinvolge oggi Ong, università e privati cittadini”, si legge nel documento. In Messico, un progetto pilota ha visto 105 istituzioni pubbliche e gruppi civici lavorare fianco a fianco, producendo 380 buone pratiche e 38 raccomandazioni per ripulire gli appalti. La guida è un vero e proprio strumento tattico. Il primo strumento si chiama “monitoraggio indipendente”: le associazioni possono usare le leggi sulla libertà di informazione per fare pressione e ottenere i documenti segreti delle gare d’appalto. Esempi virtuosi sono FragDenStaat in Germania, piattaforma che aiuta i cittadini a chiedere dati allo Stato, e ProZorro in Ucraina, il sistema di e-procurement partito dalla società civile che ha rivoluzionato la trasparenza degli acquisti pubblici. Poi ci sono le scuole di integrità. La corruzione si impara da piccoli, e l’UNODC lancia il programma GRACE (Global Resource for Anti-Corruption Education). In Portogallo, l’associazione All4Integrity ha già formato 4.000 studenti delle medie e superiori. L’obiettivo? Insegnare che “regalare una penna” all’impiegato per accelerare una pratica non è furbizia, è il primo gradino di una scala pericolosa. Fondamentale è proteggere chi parla. L’articolo 33 della Convenzione impone la tutela dei whistleblower, ma la guida è durissima: ancora troppi Paesi non hanno leggi adeguate. Viene citato il caso di PPLAAF in Africa, organizzazione che offre consulenza legale e supporto psicologico a chi rischia la vita per denunciare un politico corrotto. Il capitolo più caldo è forse quello sul recupero dei patrimoni rubati. Quanti soldi sottratti dai dittatori finiscono a Londra o a Miami? La guida sottolinea che le Ong possono fare da “sentinelle” finanziarie, rintracciando i flussi sospetti. Un caso citato è quello della Francia, che nel 2021 ha approvato una legge — pilotata da Transparency International France — che permette di rimpatriare beni illeciti senza nemmeno aspettare una rogatoria internazionale. Un precedente che l’Onu chiede di esportare. Il rapporto del 2025 mette un accento particolare su due tasselli dimenticati: genere e generazioni. In Zimbabwe, ZWACT (Zimbabwe Women Against Corruption Trust) monitora come la corruzione nel settore sanitario colpisca in modo sproporzionato le donne, negando loro cure materne adeguate. In Armenia, l’Anti-Corruption Center di Transparency International ha organizzato “scuole di anticorruzione” per ragazzi tra i 18 e i 35 anni, creando una rete di giovani detective etici. “Il successo della lotta alla corruzione non si misura solo con le manette”, si legge nella prefazione della guida, “ma con la capacità di restituire fiducia ai cittadini.
Paolo Iafrate



