Dopo quindici anni, l’università italiana cambia ancora. Il disegno di legge n. 1518, approvato in Commissione Cultura del Senato, riscrive le regole per diventare professore o ricercatore.
Voluto dal ministro dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini, il provvedimento promette di rendere il sistema più snello e meritocratico. Ma negli atenei il dibattito resta acceso: per alcuni è una svolta, per altri un passo rischioso verso una maggiore frammentazione.
Dal filtro nazionale all’autonomia locale
La legge Gelmini del 2010 aveva introdotto l’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN): una valutazione unica e centralizzata che certificava la qualità scientifica dei candidati prima dell’accesso ai concorsi.
Il nuovo modello ne prevede il superamento, sostituendola con requisiti minimi di qualificazione scientifica fissati dall’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR). Saranno i candidati a dichiarare il possesso dei requisiti su una piattaforma del Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR), e le università a verificarli.
Per il Governo si tratta di una semplificazione che riduce la burocrazia e accelera i tempi. Ma molti accademici temono che l’eliminazione di una valutazione nazionale possa rendere diseguale la selezione, accentuando le differenze tra atenei.
Commissioni, mobilità e valutazione
Anche le commissioni di concorso cambiano volto. Prima erano formate da cinque docenti sorteggiati a livello nazionale, tutti esterni all’ateneo e vincolati ai parametri dell’ASN: un sistema pensato per garantire uniformità, ma spesso criticato per la lentezza delle procedure.
Ora restano cinque, ma almeno quattro devono provenire da altri atenei, scelti tramite sorteggio da elenchi predisposti dal MUR. L’ateneo che bandisce il concorso potrà designare un proprio membro interno, ottenendo maggiore autonomia.
Secondo il Ministero questa scelta aumenta trasparenza e responsabilità, ma molti temono che riapra spazi di discrezionalità e riduca l’omogeneità dei criteri di valutazione.
La riforma introduce anche la mobilità interateneo, che permette a professori e ricercatori di trasferirsi portando con sé le risorse stipendiali, e una valutazione triennale dei neoassunti, i cui risultati influiranno sul Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO).
Sono misure pensate per premiare il merito e incentivare la circolazione delle competenze, ma secondo diversi osservatori potrebbero accentuare il divario tra università forti e periferiche.
A metà strada tra libertà e controllo, la riforma Bernini riapre un interrogativo mai risolto: come coniugare autonomia e qualità, rapidità e garanzie? La risposta, ancora una volta, passerà dalle aule universitarie.
Valentina Alvaro



