Con Seconda Classe, il Controcanto Collettivo amplia la propria indagine sull’umano, affrontando il tema della ricchezza con una sensibilità che intreccia rigore analitico e grazia poetica. Dopo aver esplorato la fragilità del vivere comune, la compagnia romana guidata da Clara Sancricca sceglie di raccontare l’asimmetria dei destini e la sottile architettura delle disuguaglianze che si annidano nei gesti più ordinari.
Sul palco, Federico Cianciaruso, Riccardo Finocchio, Martina Giovanetti, Andrea Mammarella, Emanuele Pilonero e la stessa Clara Sancricca compongono un ensemble compatto e misurato, in cui ogni gesto diventa eco di un sistema che si ripete, si autoalimenta e lentamente svela le sue crepe. Il brindisi, una conversazione distratta, una risata improvvisa: dettagli minimi che diventano rivelatori, riflessi di un mondo dove il possesso e la mancanza si osservano come due facce dello stesso specchio.La scenografia modulare accompagna il ritmo degli attori con una fluidità che sembra respirare insieme a loro.

Si apre e si richiude come un diaframma sociale, costruendo, distruggendo e ricomponendo gerarchie visive in un movimento costante che richiama la ciclicità del potere. È un dispositivo visivo che non impone ma suggerisce, come la regia stessa — attenta, limpida, invisibile — che lascia al gesto la responsabilità del pensiero.E proprio nel gesto si nasconde la domanda più sottile: come può un atto conviviale, bere un bicchiere di vino insieme, assumere significati così diversi? Basta un cambio di contesto, il passaggio da una cucina di provincia a un salotto borghese, per mostrare quanto il privilegio non sia solo una questione economica, ma un codice di comportamento, una messa in scena condivisa.

Lo stesso vino, versato in due bicchieri differenti, cambia natura, peso e valore. È in questo slittamento impercettibile che Seconda Classe trova la sua forza: mostrare come tutti, in fondo, partecipiamo a quel grande teatro del sembrare.Come osservava Bette Davis, “People often become actresses because of something they dislike about themselves: they pretend they are someone else.” (Le persone spesso diventano attrici per qualcosa che non amano di sé: fingono di essere qualcun altro.) Non c’è citazione più adatta a raccontare il cuore di questo lavoro: la recita collettiva dell’identità, la necessità di indossare ruoli per sentirsi parte di un mondo che ci misura con lo sguardo dell’altro.
Seconda Classe non punta il dito, non denuncia: osserva. E nell’osservazione trova la sua forma di resistenza, un modo di guardare l’ingiustizia senza travestirla da tragedia, ma riconoscendola nella sua quotidiana, silenziosa eleganza.Alla fine resta un pensiero lieve, quasi un sussurro: nulla cambierà davvero. La ruota continuerà a girare, confondendo etica e abitudine, desiderio e illusione, e come in ogni società che si rispetti ognuno continuerà a recitare la propria parte — chi versa, chi beve, chi osserva da lontano — sotto la luce discreta di un brindisi che, da una tavola all’altra, si rinnova sempre uguale eppure leggero, come un piccolo rito che ci ricorda di esistere insieme, anche nel divario.
Barbara Visca



