Donald Trump ha costruito una parte decisiva della propria fortuna politica sulla capacità di trasformare ogni contraddizione in una nuova versione della realtà. Una dichiarazione viene smentita, una minaccia diventa una battuta, una provocazione viene presentata come una semplice ipotesi e, nel frattempo, il confine di ciò che fino a ieri sembrava istituzionalmente impensabile viene spostato un poco più avanti. È questa la chiave con cui conviene leggere anche le ultime voci sulle elezioni di medio termine americane di novembre. Secondo quanto viene riferito nell’area politica più vicina a Trump, e in particolare da Steve Bannon, l’ex stratega della Casa Bianca che continua ad avere una notevole influenza nel mondo MAGA, il presidente potrebbe prepararsi a nuove iniziative per condizionare il voto di novembre. Occorre però distinguere i fatti dalle anticipazioni: non risulta, allo stato, una legge già varata da Trump per limitare o rinviare le elezioni di medio termine. Quello che invece è documentato è un insieme di iniziative, pressioni e proposte dell’amministrazione volte a modificare le regole elettorali e ad aumentare il controllo federale sul processo di voto. È una distinzione tutt’altro che marginale. Negli Stati Uniti il presidente non dispone semplicemente del potere di decidere quando si vota per il Congresso. La gestione concreta delle elezioni è affidata in larga misura agli Stati e alle autorità locali. Proprio per questo le iniziative della Casa Bianca hanno aperto una battaglia costituzionale e giudiziaria: un giudice federale ha nuovamente bloccato le misure dell’amministrazione Trump che miravano a restringere il voto per corrispondenza, sostenendo che il potere esecutivo federale non può sostituirsi agli Stati nella disciplina delle elezioni. Ma è proprio qui che emerge il metodo Trump. Il problema non è soltanto ciò che il presidente può fare oggi secondo la legge. Il problema è ciò che la sua amministrazione sta tentando di rendere possibile domani, attraverso ordini esecutivi, pressioni sulle autorità locali, modifiche alle procedure elettorali, contestazioni preventive del voto e una crescente politicizzazione dell’apparato federale. Il risultato è uno spostamento progressivo del terreno dello scontro: non si discute più soltanto di chi vincerà le elezioni, ma delle condizioni nelle quali quelle elezioni potranno svolgersi. Bannon, da questo punto di vista, non è un osservatore neutrale né un portavoce ufficiale dell’amministrazione. È però una figura che da anni interpreta e spesso anticipa le pulsioni più radicali del trumpismo. Già nei mesi scorsi aveva sostenuto l’idea di una presenza dell’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione, nei pressi dei seggi durante le elezioni di novembre, arrivando a parlare della necessità di circondare i luoghi del voto con agenti federali. Il punto politico è dunque più serio della singola voce su una legge. Trump ha già sostenuto che il governo federale dovrebbe assumere un ruolo molto più ampio nell’organizzazione delle elezioni. La sua amministrazione ha inoltre perseguito norme più restrittive sul voto per corrispondenza e sulla verifica dell’identità degli elettori. Alcune di queste iniziative sono finite davanti ai giudici e, almeno in parte, sono state bloccate. Questo significa che parlare di una possibile cancellazione o limitazione delle elezioni di novembre senza ulteriori prove sarebbe prematuro. Ma sarebbe altrettanto ingenuo liquidare ogni allarme come una fantasia. Negli ultimi mesi sono emersi numerosi segnali che indicano la volontà della Casa Bianca di esercitare un’influenza senza precedenti sulle modalità con cui gli americani voteranno a novembre. Un recente rapporto del Center for American Progress sostiene esplicitamente che l’amministrazione Trump stia cercando di condizionare le elezioni di medio termine per consolidare il proprio potere. La vera giravolta di Trump, allora, non consiste necessariamente nel passare da un giorno all’altro dall’idea di elezioni regolari a quella di elezioni cancellate. È qualcosa di più sottile. Consiste nel rendere normale il semplice fatto che il presidente degli Stati Uniti possa mettere in discussione le regole del voto mentre si avvicina una consultazione nella quale il suo partito rischia di perdere il controllo del Congresso. Prima si insinua il dubbio sulla regolarità del voto, poi si invoca una maggiore centralizzazione, quindi si propongono nuove restrizioni, infine si lascia circolare l’ipotesi di misure ancora più drastiche. Ogni passaggio prepara quello successivo. È una strategia che ha già mostrato la propria efficacia politica. Trump non ha bisogno che ogni proposta venga approvata. Gli basta spesso spostare il dibattito. Una misura estrema può essere ritirata dopo aver reso accettabile quella immediatamente precedente. Una minaccia può essere trasformata in una battuta quando incontra una resistenza istituzionale. Una dichiarazione può essere smentita senza che venga cancellata la sua conseguenza politica. Il sistema democratico, nel frattempo, viene costretto a reagire continuamente alle iniziative della Casa Bianca. Ed è qui che le giravolte diventano un metodo di governo. Trump può dire una cosa oggi e il suo contrario domani senza perdere necessariamente il controllo del proprio elettorato, perché il suo rapporto con la politica non è costruito sulla coerenza programmatica tradizionale. È costruito sulla mobilitazione permanente del conflitto. Il nemico cambia, la minaccia cambia, la soluzione cambia, ma resta immutabile l’idea che il presidente debba avere sempre più potere per difendere il Paese dai suoi presunti nemici. Le elezioni di novembre saranno quindi un test non soltanto per i democratici e i repubblicani, ma per l’intero sistema americano. Le elezioni di medio termine sono, per definizione, uno dei principali strumenti attraverso i quali gli elettori possono limitare il presidente in carica e modificare gli equilibri del Congresso. Se il voto diventa invece un processo sottoposto a pressioni amministrative, intimidazioni, restrizioni procedurali e contestazioni preventive, il problema non riguarda più la normale lotta politica. Riguarda la credibilità stessa del risultato. La prudenza impone dunque di non trasformare le dichiarazioni di Bannon in una legge che ancora non esiste. Ma la prudenza non può diventare alibi per ignorare la traiettoria. I fatti disponibili mostrano già un’amministrazione impegnata a ridisegnare il rapporto tra potere federale e amministrazione elettorale, mentre i tribunali stanno intervenendo per stabilire fin dove possa arrivare l’esecutivo. Trump, ancora una volta, sembra affidarsi alla sua tecnica preferita: avanzare, provocare, arretrare se necessario e poi ripartire da un punto che, fino a poco tempo prima, sarebbe apparso impensabile. Per questo la domanda più importante non è se domani verrà annunciata una legge che limiti le elezioni di novembre. La domanda è quanto ancora il sistema americano riuscirà a resistere alla progressiva trasformazione delle regole elettorali in uno strumento di lotta politica. Ed è una domanda che non riguarda soltanto Trump. Riguarda la capacità delle istituzioni, dei giudici, degli Stati e soprattutto degli elettori di stabilire che cosa, in una democrazia, non può diventare oggetto di una giravolta presidenziale.
Trump e le sue giravolte
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