Non è una semplice rotazione di incarichi. Né un fisiologico riassetto di squadra dopo mesi difficili. Quello andato in scena al Ministero della Cultura assomiglia piuttosto a un regolamento di conti politico consumato nel cuore del governo, dove i rapporti personali pesano quanto gli equilibri di partito e dove ogni sostituzione diventa un messaggio indirizzato ai centri reali del potere. La decisione di Alessandro Giuli di azzerare parte del proprio staff, allontanando figure considerate centrali nella filiera ministeriale come Proietti e Merlino, viene letta dentro la maggioranza come un atto di rottura. E soprattutto come un gesto non concordato con Palazzo Chigi.Dietro la formula ufficiale della “riorganizzazione” si muove infatti un conflitto più profondo. Da settimane attorno al dicastero della Cultura si accumulavano tensioni, diffidenze e sospetti reciproci. Il ministero, tradizionalmente periferico nelle gerarchie del potere romano, è tornato improvvisamente strategico perché è diventato uno dei luoghi in cui la destra prova a costruire una propria egemonia culturale. Mostre, fondazioni, nomine, festival, grandi eventi: ogni scelta assume un valore identitario. E quando la politica investe la cultura di una funzione ideologica, il controllo delle strutture diventa decisivo.È in questo quadro che va letta la mossa di Giuli. Il ministro ha scelto di liberarsi di figure considerate non più allineate alla sua gestione o, secondo altre ricostruzioni, troppo vicine a diverse catene di comando interne a Fratelli d’Italia. Una scelta che rompe il delicato equilibrio costruito negli ultimi mesi e che finisce inevitabilmente per coinvolgere Giorgia Meloni. Perché al di là delle versioni ufficiali, nessuno nel governo crede davvero che un ministro possa intervenire in modo così drastico sul proprio entourage senza produrre conseguenze politiche immediate.La reazione della presidente del Consiglio, raccontano diversi ambienti parlamentari, sarebbe stata di forte irritazione. Non tanto per le singole uscite, quanto per il metodo. Meloni considera la compattezza della squadra un elemento essenziale della propria leadership. Le fughe in avanti, soprattutto quando producono rumore mediatico e alimentano la percezione di un governo attraversato da guerre intestine, vengono vissute come un problema politico prima ancora che organizzativo. Ed è proprio il fattore mediatico ad aver aggravato la situazione: la vicenda è esplosa pubblicamente, trasformando un riassetto interno in un caso nazionale.Il punto centrale è che nel governo convivono oggi due esigenze opposte. Da una parte la necessità di consolidare una classe dirigente fedele e politicamente omogenea. Dall’altra la difficoltà di gestire personalità che, una volta arrivate al potere, rivendicano autonomia e margini propri di manovra. Giuli sembra aver scelto la seconda strada, tentando di costruire un ministero più personale e meno condizionato da reti esterne. Ma questa operazione rischia di entrare in collisione con la struttura verticale costruita da Meloni in questi anni dentro Fratelli d’Italia.C’è poi un altro elemento che rende la vicenda particolarmente delicata: il Ministero della Cultura è uno dei pochi luoghi in cui la destra italiana sta cercando di costruire una narrazione di lungo periodo. Non soltanto gestione amministrativa, ma produzione simbolica. Per questo ogni scontro interno assume un peso amplificato. Non si tratta semplicemente di decidere chi occupa una stanza o firma una nomina, ma di stabilire chi orienta la linea culturale del governo e chi controlla i rapporti con il vasto sistema di fondazioni, istituzioni e operatori del settore.In questo senso l’epurazione di Proietti e Merlino rischia di diventare qualcosa di più di una resa dei conti personale. Potrebbe rappresentare il segnale di una fase nuova, nella quale i rapporti di forza dentro la maggioranza vengono ridefiniti anche attraverso il controllo degli apparati culturali. E potrebbe essere soltanto il primo passaggio di una tensione destinata ad allargarsi.Per ora da Palazzo Chigi filtra prudenza. Nessuna smentita clamorosa, nessuna benedizione esplicita. Ma il silenzio, in politica, spesso vale quanto una presa di posizione. E nel caso del Ministero della Cultura il silenzio sembra raccontare soprattutto una cosa: la partita è ancora aperta.
Regolamento di conti al Ministero della Cultura: Giuli azzera il suo staff, via Proietti e Merlino.L’ira di Meloni
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