Qualcuno che mi dica che sto bene: quando la verità scivola dal palco alla pelle

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Quattro anime in pena si presentano schierate dinanzi al pubblico. Lo guardano, o si fanno guardare, con sospetto e angoscia. Poi il gioco scenico si sposta a centro palco, dove quattro amiche si ritrovano attorno al tavolino di un bar. Le dimensioni proposte per l’ora e mezza di spettacolo restano queste due — una solitaria e una conviviale — e tendono a confondersi vorticosamente.Il lavoro di Movimenti Artistici Trasversali, in scena al Teatro Diamante fino al 7 dicembre, nasce da un’idea condivisa di Elisa Di Eusanio, Maria Laura Galiani, Valentina Martino Ghiglia e Marta Nuti, che sono anche protagoniste in scena accanto a Valentina Fois.

La drammaturgia di Maria Teresa Berardelli, guidata dalla regia precisa di Giacomo Vezzani (coadiuvato dall’assistenza di Fabio Carta), sembra indagare proprio la relazione fra sfera privata e pubblica e, a partire dal titolo, voler rispondere alla domanda: il mio benessere dipende esclusivamente dagli altri?Le molteplici risposte che ne derivano sono i ripetuti tentativi di fare e rifare sempre la stessa scena — il ritrovarsi di quattro amiche al bar — nel tentativo forsennato di snudarsi, di togliersi quei sassolini dalle scarpe che impediscono di attraversare liberi la vita e darsi pace.

Intorno a loro prende forma l’universo visivo e sonoro costruito dai costumi di Marta Genovese, dalle scene di Laura Giannisi, dalle luci di Javier Delle Monache, dalle musiche e dai suoni di Vanja Sturno, e dalla coreografia di Daira Nocera. La cura estetica si completa nelle fotografie e nella grafica di Manuela Giusto, che definiscono l’identità dell’opera.Il tentativo delle protagoniste si traduce in fallimento, e quella che comincia come una commedia di situazione deflagra rapidamente in una farsa infernale.

Lo spettacolo è esilarante e diventa sempre più efficace con l’andare del tempo. Le attrici sono brave, veloci, atletiche nei ritmi; la regia è attenta a non concedere quasi nulla all’assurdo che invade la scena, così che tutto rimanga reale, plausibile e perciò anche commovente.In Feydeau, in Ionesco, si parlava di corna, di pettegolezzi, della banalità borghese.

Qui si parla di masturbazione, sesso online, burnout, depressione post partum. Le afflizioni cambiano, ma il meccanismo rimane: tutto procede secondo il paradosso, e quindi verso il climax, fino a dissolvere ogni senso comune iniziale. Si sconfina così in una dimensione senza più confini tra la maschera sociale e l’intimità, in un’incontinenza emotiva incapace di mettere in relazione la sfera pubblica e quella privata.Un lavoro molto ben fatto, a partire dalla drammaturgia di Berardelli e dalla coralità scenica delle interpreti. Un unico neo — non solo di questo spettacolo ma di molta scrittura contemporanea — è la mancanza di un finale davvero incisivo.

La rutilante tenuta delle attrici e il bel lavoro d’equilibrio della regia si concludono con una scena finale dai toni ballerecci, fin troppo liberatori, che rischiano di suggerire una facile autoassoluzione dal peccato di non aver trovato un’ispirazione definitiva.

Roberto Turchetta

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