Sono seduta e attendo l’inizio dello spettacolo Funerale all’italiana, al teatro Spazio Diamante di Roma in scena fino al 7 dicembre nella stagione teatrale 2025/26.
La sala è gremita, nessun posto libero, come i banchi in chiesa per un funerale ben riuscito e che si rispetti.
Mentre aspetto mi guardo intorno e osservo come la maggior parte degli spettatori abbiano rispettato la richiesta della regia e si siano vestiti di nero, per partecipare veramente al funerale a cui siamo stati invitati, qualcuno ha anche portato una candela.

Benedetta Parisi accoglie tutti sorridendo e ringraziando, interagisce con chi arriva in ritardo e lo ringrazia di essere intervenuto per un ultimo saluto. Un funerale che in realtà sin dall’inizio sembra essere altro.
Un monologo, un racconto, una chiacchierata sulla vita. La celebrazione più antica del mondo diventa occasione per confidarci le paure più profonde, quelle dei sogni irrealizzabili o irrealizzati, insieme al terrore di non vivere abbastanza.
Il rito narrato dal forestiere della vita che alla fine si accorge di essere il fu Mattia Pascal l’attrice lo rende momento magico di condivisione. Sin da subito il pubblico è coinvolto, perché la morte ci riguarda tutti. Serve un prete che celebri il rito e Benedetta Parisi chiede se tra il pubblico ce ne sia uno. Il prete non c’è e allora tra sacro e profano è lei a salire sul pulpito e a celebrare; perché di messa ne sa parecchio, sin da quando da piccola giocava con i suoi fratelli e fingeva di fare la comunione, le patine di Dio le chiama, che non sanno di granché. Sanno di carta. E il rito inizia, ricordandoci subito che noi resteremo morti per più tempo
di quello per cui siamo stati vivi dice la protagonista, parole vere, parole che ci fanno sentire vivi per un attimo.

Dietro l’umorismo si intravede una riflessione, disincanta e al tempo stesso anche nostalgica, su una tradizione molto italiana, quella del funerale, sul peso delle tradizioni e della famiglia come luogo di crescita, conflitto e rifugio.
La nonna è morta, il nonno con tutto il suo carico di amore, un amore inconcepibile nella società contemporanea, un amore che dura tutta la vita, le è sopravvissuto e affronta lo strappo della morte. La mamma è in chiesa, compunta, con il suo filo di perle. Le mani della nonna sono state spogliate degli anelli.
La morte porta via il superfluo. La famiglia segue il carro funebre verso i luoghi d’origine. I luoghi, i posti, le case soprattutto, sono il vero problema.

Sopravvivono alla morte e restano fermi là. Il problema sono soprattutto le case di quelli prima di noi e le cose di quelli prima di noi, che riempiono le case. E le case, con
il loro odore di vita passata intriso nei muri, che trasudano suoni, voci e ricordi, vanno svuotate. Beato chi non sopravvive al momento in cui le case vengono svuotate. Questo è il male della morte, il dolore che lasciano coloro che se ne vanno via insieme alle loro cose. Il dolore e la morte ci appartengono e noi dobbiamo esorcizzarli, parlando, gesticolando e anche con un bel funerale con tanti invitati. Il rito antico può diventare la festa della vita. Un funerale che diventa paradossalmente inno alla vita, ai ricordi e ai sogni.
Siamo vivi evuoti allo stesso tempo afferma la protagonista. Passiamo in un attimo da “Ho tutta la vita davanti” ad “al resto della mia vita”. Come sarà il mio funerale si chiede allora l’attrice sul finale? Si deve piangere, ridere, mangiare le polpette della nonna e soprattutto si deve ballare ma non su quelle musiche tristi. Benedetta Parisi ci dice come vorrebbe il suo funerale ed è forse come lo vorremmo tutti. Ma la festa che sembra partire su ritmi tecno sfuma nel ricordo del ballo dei nonni.
Lo spettacolo è breve, il sacro si mescola con il profano producendo un effetto molto spesso divertente, la speranza si unisce alla disillusione, la consapevolezza della brevità della vita cede di fronte all’eternità della
morte. Molti spunti, molte buone idee, forse a volte però solo tratteggiate, come se non si desse loro l’occasione di essere sviluppate.
Matilde Lilli



