Netanyahu dice no secco a Donald Trump sul piano per Gaza e rifiuta di ritirare l’esercito se non con il completo disarmo di Hamas

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La posizione di Benjamin Netanyahu sul futuro di Gaza si presenta come un rifiuto netto di qualsiasi soluzione che preveda un arretramento militare israeliano senza garanzie considerate decisive sul piano della sicurezza. Il punto centrale della linea del governo israeliano resta il disarmo di Hamas, indicato come condizione imprescindibile per una nuova fase del conflitto e per qualsiasi ipotesi di ritiro dell’esercito dalla Striscia. È una posizione che si colloca in evidente tensione con l’esigenza di costruire un percorso politico capace di fermare la guerra, ridurre la pressione umanitaria e aprire una prospettiva per il futuro di Gaza. Netanyahu non sembra disposto ad accettare l’idea che un cessate il fuoco o un accordo politico possano tradursi automaticamente in un ritiro delle forze israeliane. Nella sua impostazione, il problema non è soltanto stabilire quando interrompere le operazioni militari, ma impedire che Hamas possa conservare capacità militari, strutture operative e controllo effettivo del territorio. Da questa prospettiva, il ritiro senza disarmo rappresenterebbe non la conclusione della guerra, ma una pausa destinata a lasciare intatte le condizioni per un nuovo conflitto. Il nodo politico è quindi particolarmente delicato. Donald Trump ha più volte sostenuto la necessità di arrivare a una soluzione capace di superare la guerra e di ridisegnare gli equilibri nella regione, ma la posizione israeliana dimostra quanto sia difficile trasformare una visione politica in un accordo concreto. Washington può esercitare una forte influenza sul governo Netanyahu, ma non può ignorare le priorità strategiche israeliane, così come Gerusalemme non può prescindere indefinitamente dalle pressioni dell’alleato americano. La questione del ritiro militare diventa così il vero banco di prova di qualsiasi piano per Gaza. Se Israele mantiene le proprie truppe sul terreno fino al raggiungimento del completo disarmo di Hamas, i tempi e le modalità della transizione restano inevitabilmente incerti. Se invece accettasse un ritiro prima del disarmo, dovrebbe affidarsi a meccanismi internazionali o regionali in grado di impedire la ricostruzione dell’apparato militare di Hamas. È precisamente su questo punto che le diverse strategie rischiano di entrare in collisione. Per Israele, il problema è anche quello della credibilità. Dopo l’attacco del 7 ottobre, la sicurezza è diventata il parametro attraverso cui il governo Netanyahu misura ogni possibile accordo. Un ritiro percepito come prematuro potrebbe essere contestato non soltanto dall’opposizione, ma anche da una parte significativa dell’opinione pubblica israeliana. Il governo deve quindi dimostrare che qualsiasi compromesso non produca un nuovo vuoto di sicurezza. Dall’altra parte, il mantenimento indefinito delle truppe israeliane a Gaza comporta costi politici, militari e internazionali sempre più rilevanti. Una presenza militare prolungata rende più difficile costruire un’amministrazione alternativa a Hamas, alimenta le tensioni regionali e mantiene aperto il fronte diplomatico con gli alleati occidentali. Inoltre, senza una prospettiva politica credibile, la sola pressione militare rischia di non essere sufficiente a risolvere il problema che Israele dichiara di voler affrontare. Il disarmo di Hamas, dunque, non è soltanto una condizione militare. È il punto intorno al quale ruota l’intera architettura politica del dopoguerra. Chi dovrebbe realizzarlo, con quali strumenti, sotto quale autorità e con quali garanzie? E soprattutto: quale soggetto dovrebbe assumere il controllo della Striscia una volta ridimensionata o eliminata la capacità militare di Hamas? Senza risposte convincenti a queste domande, il principio del disarmo rischia di rimanere una condizione necessaria ma difficilmente traducibile in un accordo operativo. Il contrasto con Trump assume perciò un significato che va oltre la singola controversia diplomatica. La questione riguarda il rapporto tra l’obiettivo americano di arrivare a una soluzione politica e quello israeliano di evitare che la fine delle operazioni militari produca nuove minacce alla sicurezza. Sono due esigenze che possono teoricamente convivere, ma soltanto se viene individuato un meccanismo capace di garantire contemporaneamente il ritiro delle forze, la sicurezza di Israele e una nuova governance di Gaza. Il rischio è che l’assenza di un compromesso trasformi il dopoguerra in una prosecuzione del conflitto con strumenti diversi. Senza un accordo sul disarmo, sul controllo del territorio e sulla ricostruzione, la fine delle operazioni militari non coinciderebbe necessariamente con la fine della crisi. E senza una prospettiva politica per la popolazione palestinese, anche la sicurezza militare rimarrebbe esposta a nuove tensioni. La linea di Netanyahu appare dunque chiara: nessun ritiro completo senza la certezza che Hamas non possa tornare a rappresentare una minaccia militare. È una posizione coerente con la logica della sicurezza israeliana, ma estremamente difficile da conciliare con l’obiettivo di una rapida stabilizzazione della Striscia. Il vero interrogativo non è quindi soltanto se Netanyahu possa dire no a Trump, ma quanto a lungo questa divergenza possa essere sostenuta senza compromettere il progetto più ampio di una soluzione politica per Gaza. È su questo equilibrio, più che sulle dichiarazioni di principio, che si misurerà la capacità degli Stati Uniti e di Israele di trasformare la fine della guerra da obiettivo politico a realtà concreta.

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