Calabria, non è solo ‘turismo delle radici’ è un viaggio dentro se stessi

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Per molti calabresi partire non ha significato sostituire un luogo con un altro. Ha significato imparare a vivere in due posti: quello in cui si è costruita la propria esistenza e quello che, pur lasciato, ha continuato a essere casa. La Calabria manca sempre. Non soltanto d’estate, non soltanto quando un odore, unsapore o una voce riportano improvvisamente indietro. Manca come può mancare unaparte di sé: senza impedire di vivere altrove, ma impedendo che l’altrove diventi l’unico orizzonte. Poi arriva il momento di tornare. E chi torna porta con sé la vita costruita lontano. È qui che comincia la storia della Calabria che si tramanda. I figli vengono portati nei paesi dei genitori fin da piccoli. Paesi sul mare, spesso poco turistici, affacciati sullo Ionio o sul Tirreno, che non hanno bisogno di essere famosi per essere necessari a chi vi appartiene. All’inizio, per quei bambini, sono soltanto il luogo delle vacanze. Ma le estati si susseguono, i ricordi si accumulano e quel territorio comincia a depositarsi dentro di loro.

Crescono altrove e, nello stesso tempo, crescono anche lì. Imparano a conoscere le strade, le spiagge, le persone. Ritrovano ogni anno amicizie lasciate in sospeso e capaci di riprendere dal punto esatto in cui si erano interrotte. Ascoltano i racconti dei genitori, ma intanto costruiscono i propri. Il mare nel quale il padre o la madre erano stati bambini diventa il mare della loro infanzia. La trasmissione avviene senza essere dichiarata. Nessuno tiene una lezione sull’appartenenza. Nessuno ha bisogno di spiegare che cosa siano le radici. Le radici si formano nella continuità dei ritorni, nella confidenza con i luoghi, nella sensazione di ritrovare qualcosa che non ha mai smesso di aspettarti.

Quella che inizialmente era la Calabria dei genitori diventa anche la Calabria dei figli. Gli studi e le politiche pubbliche definiscono questo fenomeno “turismo delle radici”. È un’espressione utile, ma forse insufficiente. Perché chi torna nella terra della propria famiglia non si sente davvero un turista. Non visita semplicemente un luogo: cerca una continuità, ricompone una parte della propria storia, rinnova un’appartenenza. E soprattutto la trasmette. I figli crescono e arriva un’estate in cui non hanno più bisogno di essere portati. Sono loro a scegliere di tornare. Sentono la mancanza di quella terra con la stessa intensità con cui l’avevano sentita i genitori, pur non essendo partiti dallo stesso luogo e nello stesso modo.

È questo il passaggio più profondo: la nostalgia smette di appartenere soltanto a chi ha lasciato la Calabria. Diventa anche il sentimento di chi l’ha ricevuta. Da adulti, quei figli conducono a loro volta i propri bambini nei paesi delle estati trascorse. Raccontano ciò che avevano ascoltato, mostrano i luoghi che erano stati mostrati loro, ma vi aggiungono un nuovo strato di memoria. Non tramandano soltanto la Calabria dei padri e delle madri: tramandano anche quella delle proprie amicizie, delle prime libertà, delle giornate al mare, delle sere rimaste nella vita molto più a lungo di quanto potessero immaginare.

Ogni generazione riceve una terra e la restituisce accresciuta.Ma il legame non passa soltanto di padre in figlio. A un certo punto si allarga. I figli parlanodella Calabria nelle città in cui vivono, la raccontano con l’orgoglio di chi custodisce un luogo ancora capace di sorprendere. Ne descrivono il mare, il cibo, la gente. E poi invitano gli amici, perché alcune cose, raccontate, perdono la loro parte migliore.

Gli amici arrivano pensando di trascorrere qualche giorno di vacanza. Presto capiscono di essere entrati in qualcosa di diverso. Anche chi non ha radici calabresi viene raggiunto dalla stessa magia. Non rimane spettatore del legame degli altri con quella terra: vi entra. Il mare, i sapori, le persone e la naturalezza dell’accoglienza cominciano a riguardarlo direttamente. In pochi giorni costruisce ricordi propri, stringe relazioni, trova luoghi ai quali affezionarsi. La Calabria che gli era stata raccontata da un amico diventa un’esperienza personale e, quasi senza accorgersene, anche lui comincia a portarla nel cuore.

In Calabria l’accoglienza non coincide con la cortesia. È una forma immediata di inclusione. Chi arriva viene coinvolto nelle giornate, nelle conversazioni, negli incontri. Acquista rapidamente un nome, un posto, una familiarità. Smette di essere soltanto “l’amico di” e diventa una presenza riconosciuta e attesa. Non è più una persona accanto alle altre. È parte. Parte di una compagnia, di una tavola, di un paese. Qualcuno lo saluta per strada, qualcuno ricorda ciò che gli piace mangiare, qualcun altro gli chiede quando tornerà. La comunità lo assorbe senza cancellarne l’identità, ma aggiungendola alla propria. Forse è questo il tratto più potente della Calabria: la capacità di produrre appartenenza anche oltre la discendenza. Le radici non rimangono chiuse nella famiglia e non vengono custodite come un privilegio. Si allungano verso chi arriva, gli fanno spazio, lo legano a luogo.

Il cibo è uno dei modi attraverso i quali questo accade. In Calabria non si mangia semplicemente per riempirsi. Si mangia per gustare, offrire, condividere. La tavola non serve soltanto ad accogliere i piatti: raccoglie persone, generazioni, ricordi. È il luogo in cui la famiglia si ricompone e chi è arrivato da fuori smette di sentirsi tale. Le tavolate sono grandi perché l’appartenenza, qui, ha bisogno di spazio. Le sedie si aggiungono, i piatti passano da una mano all’altra, il pranzo procede senza obbedire all’orologio. Non conta soltanto ciò che si mangia, ma il tempo dedicato a prepararlo e quello trascorso insieme ad assaporarlo. Il gusto non è mai solitario. Dentro ogni ricetta convivono la terra e la memoria: prodotti che hanno un sapore preciso, gesti ripetuti da generazioni, modi di cucinare che cambiano appena passando da una mano all’altra. Si tramanda un piatto, ma insieme a quel piatto passa un’idea della vita: ciò che è buono acquista valore quando può essere condiviso.

E poi c’è il mare. Quello dello Ionio, aperto, limpido, luminoso. Quello del Tirreno, più mosso e frastagliato, acceso dai tramonti. Un mare spettacolare, che lungo molti tratti conserva ancora una bellezza non trasformata in spettacolo. Per chi arriva è una scoperta; per chi torna è una presenza conosciuta e mai esaurita. Ma anche il mare, in Calabria, non è soltanto qualcosa da guardare. È un luogo di relazione. Conserva le voci delle famiglie, le amicizie nate da bambini, le conversazioni sulla riva. Tiene insieme tempi diversi: il padre che vi ha trascorso l’infanzia, il figlio che vi è stato portato ogni estate, il nipote che comincia a riconoscerlo come proprio. Lo stesso mare attraversa le generazioni senza rimanere uguale, perché ciascuna vi deposita una parte della propria vita.

Sarebbe facile ridurre tutto questo a una rappresentazione nostalgica. Ma il legame con la Calabria non nasce dall’illusione che sia una terra perfetta. Chi è andato via ne conosce le mancanze, le occasioni perdute, le difficoltà che spesso hanno trasformato la partenza in una necessità. Proprio per questo il sentimento è più profondo della celebrazione: si può discutere con la propria terra, perfino arrabbiarsi con essa, senza riuscire a smettere di portarla dentro.

Non è un amore cieco. È un’appartenenza tenace. E continua a propagarsi. Gli amici invitati per una sola estate tornano l’anno successivo. Nel frattempo hanno parlato ad altri di quel paese, di quel mare, delle persone conosciute, delle tavolate alle quali si sono seduti. Anche loro cominciano a portare la Calabria nel cuore e a raccontarla. La catena, allora, supera perfino i legami di sangue. Un genitore porta un figlio. Quel figlio, diventato adulto, porta i propri figli e apre quella terra agli amici. Gli amici vengono accolti, si legano, ritornano e ne diventano a loro volta testimoni.

La Calabria conserva una bellezza aspra, a tratti selvatica. Non è stata levigata, ordinata o imbellettata per corrispondere ai canoni della meraviglia. Salvo poche località più turistiche, è rimasta in gran parte fedele a se stessa: spettacolare senza mettersi in posa, autentica proprio perché ancora imperfetta. Bisogna attraversarla, però, per comprenderla. Respirarne i profumi, entrare nelle sue relazioni, lasciarsi coinvolgere da un modo di vivere che non si offre allo sguardo distratto. Una volta conosciuta in profondità, non rimane soltanto nella memoria: modifica il modo in cui si sentono i luoghi e le persone.

Della Calabria si portano via il mare, gli odori, le voci e soprattutto i legami. E da una terra capace di entrare così profondamente nella vita non si torna mai esattamente come si era arrivati.

Valentina Alvaro

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