La sinistra in piazza per Gaza ma più che Gaza potè il referendum: “Andate tutti a votare”

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A Roma si è recitato a soggetto: una passeggiata-piazzata per Gaza, per attaccare il governo complice del sanguinario Netanyahu e sventolare al vento le bandiere palestinesi. Ma principalmente per scavalcare il silenzio elettorale alla vigilia del voto sui referendum.

Il genocidio di Gaza è un ottimo lasciapassare, devono aver pensato gli organizzatori nello scegliere la data: il 7 giugno. Non proprio una coincidenza se Bersani si lascia volentieri immortalare con il cappellino rosso d’ordinanza con la scritta Sì sulla visiera. “Beccato” in fragranza dall’europarlamentare di FdI, Nicola Procaccini, che ha parlato di “una schifezza morale e legale”, risponde tra l’imbarazzato e l’ironico: “C’era il sole me lo hanno dato, se Procaccini mi avesse dato un Borsalino avrei messo anche quello”.

Ma per chi avesse ancora dubbi basta ascoltare Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli lanciare insieme dal palco l’ultimo consiglio per gli acquisti: “Ancora una cosa: andate tutti a votare”. Loro, i sinceri democratici che si stracciano le vesti per gli appelli all’astensionismo e per l’annuncio della premier, se ne fregano delle regole.

Ad aprire il corteo il quartetto dei leader che intona l’immancabile “Bella ciao” dietro lo striscione “Gaza stop al massacro’’. La bandiera palestinese con la foto di Netanyahu insieme alla premier Meloni, accostata a quella di Mussolini e Hitler con la scritta “Oggi come ieri, sempre dalla parte della criminalità”.

“Siamo in tanti” , urlano dal palco in piazza San Giovanni, secondo il più classico dei copioni autoreferenziali. Qualcuno la spara grossa: siamo 300mila.”.

Conte si intesta  la piazza e la leadership della radicalizzazione pro Pal:  “Oltre 300mila qui in piedi, siete qui con la schiena diritta, mentre il nostro governo in Parlamento è rimasto seduto, immobile e in silenzio pur di non condannare un governo criminale. Abbiamo addirittura il vicepremier che si precipita a Tel Aviv per stringere le mani insanguinate di Netanyahu”.

Su questo terreno la sinistra democratica e quella radicale – pur con distinguo e sensibilità differenti – si ritrovano a condividere lo spazio pubblico, tra l’urgenza di dire qualcosa e quella, non meno presente, di raccogliere consenso alla vigilia del referendum dell’8-9 giugno.

La manifestazione è promossa da organizzazioni politiche riconducibili all’area democratica: il Partito democratico di Elly Schlein, il Movimento 5 stelle di Giuseppe Conte, Alleanza Verdi e Sinistra di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Si tratta chiaramente di una mobilitazione chiamata da forze politiche strutturate, non da comitati civici o associazioni apartitiche. Dai documenti ufficiali si evincono chiare richieste politiche: cessate il fuoco immediato, fine assedio e via libera agli aiuti umanitari; stop alla vendita di armi e alle esercitazioni militari con Israele; sanzioni al governo Netanyahu; riconoscimento dello Stato di Palestina e sospensione dell’accordo Ue‑Israele.

E’ innegabile che l’evento sia chiaramente politico, con innesco di messaggi potenzialmente utili a indirizzare verso il voto, soprattutto poiché il raduno si svolge a Roma durante il silenzio elettorale. Formalmente non c’è una propaganda diretta all’esito referendario (oggetto giuridico del silenzio), tuttavia questo sforzo unito ha un evidente sapore di sfida.

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