Al Teatro Vascello torna in scena 4 5 6, uno dei testi più emblematici di Mattia Torre, e la sensazione, entrando in sala, è quella rara di assistere non a una semplice ripresa ma a un rito che si rinnova. Perché oggi questo spettacolo non appartiene più soltanto alla stagione in cui è nato: è ormai diventato un classico contemporaneo, uno di quei lavori che continuano a parlare con ostinata lucidità al presente.
La scena si muove dentro una quotidianità minima, domestica, calda nei toni di luce. Eppure, sotto la superficie, ribolle qualcosa di antico. Il sugo che cuoce lentamente — presenza concreta, olfattiva, quasi materna — diventa il centro simbolico dello spettacolo: un fuoco domestico che richiama le sacre rappresentazioni greche, quando sulle are si bruciavano le interiora del passato per consegnarle agli dèi e liberare la comunità dal peso della memoria. Anche qui qualcosa arde: le illusioni, le aspettative sociali, la fatica di esistere.

Torre costruisce un meccanismo teatrale di precisione quasi tragica. L’ironia, tagliente e irresistibile, non alleggerisce ma accentua il senso di ineluttabilità della vita. I personaggi sembrano avanzare verso un destino già scritto, incapaci di sottrarsi a una logica che li precede — proprio come gli eroi della tragedia greca, sospesi tra responsabilità personale e fatalità collettiva. Si ride molto, ma è una risata che arriva sempre un attimo prima dello smarrimento.
Gli attori — tutti, senza eccezioni — sono bravissimi: Massimo De Lorenzo, Carlo De Ruggieri, Cristina Pellegrino riescono a mantenere un equilibrio difficilissimo tra caricatura e verità, tra ritmo comico e dolore trattenuto. Giordano Agrusta, nei panni di Treti, riesce sapientemente a sostituire l’immenso e compianto Franco Ravera. Il loro lavoro restituisce pienamente la musicalità del testo, trasformando ogni battuta in un gesto vivo. Non interpretano soltanto i personaggi: abitano una lingua.

Ed è proprio la lingua l’invenzione più geniale dello spettacolo. Torre crea una miscela sorprendente di dialetti del Sud, una parlata inventata ma riconoscibilissima, che diventa spazio drammaturgico straniato, rappresentazione del mondo che è il nostro ma non esattamente il nostro. Del sud si esaspera fino al grottesco l’arretratezza, la sudditanza esistenziale, il terrore della morte e l’eterna debolezza dinanzi al fato. Non è folklore, né citazione: è un idioma teatrale autonomo, al pari della neo-lingua di Sanguineti, capace di generare comicità e tragedia nello stesso respiro. In quella lingua convivono distanza e appartenenza, memoria e presente, provincialismo e universalità. La ricerca della musicalità ed del ritmo rende il testo un lavoro di letteratura teatrale molto sofisticato.
A distanza di anni, 4 5 6 conserva una forza rara: quella delle opere che non cercano di spiegare la vita ma ne mostrano l’assurda necessità.

Roberto Turchetta



