L’ex capitano dei carabinieri Gennaro Cassese, che nel 2007 guidava la compagnia di Vigevano e che coordinò parte delle indagini sull’omicidio di Chiara Poggi, è indagato per false informazioni al pm nell’ambito della nuova inchiesta sul delitto di Garlasco. Cassese ascoltò gli amici di Marco Poggi, fra cui Andrea Sempio.
Secondo i pm, quei verbali si sovrappongono negli orari pur essendo svolti dagli stessi due carabinieri. E inoltre non riportano episodi rilevanti come il malore di Sempio durante l’audizione.
La notizia dell’indagine su Cassese è stata pubblicata dal Corriere della Sera. “Il pm – si legge nell’atto citato dal quotidiano – mostra il verbale di Sempio e di Biasibetti svolti nello stesso giorno negli stessi locali in parziale sovrapposizione di orari, in quanto Sempio è stato sentito dalle 10:30 alle 14:40 e Biasibetti dalle 11:25 alle 12:10, sempre dalle stesse persone”.
Cassese ipotizza una spiegazione: “Non escludo, anche se non ne ho un ricordo, che il verbale di Sempio sia stato interrotto, benché non se ne dia atto per attendere lo scontrino”.
I pm, poi, danno “lettura dell’ulteriore verbale di Capra Mattia redatto il 4.10.2008 dalle ore 13:25 alle ore 14:20 dagli stessi verbalizzanti, in coincidenza temporale con il verbale di Andrea Sempio”.
La risposta di Cassese: “Posso solo supporre che sia mancante la sospensione del verbale e abbiamo svolto altra istruttoria mentre il verbale di Sempio era sospeso, anche se non ne abbiamo dato atto”.
Il malore di Andrea Sempio
Il quotidiano riporta poi lo scambio sul malore di Sempio fra Cassese e il procuratore aggiunto Stefano Civardi dello scorso 27 giugno in merito al delitto di Garlasco. L’ex carabiniere venne sentito sul verbale reso da Andrea Sempio il 4 ottobre 2008, quello legato allo scontrino del parcheggio considerato dalla difesa come elemento a sostegno dell’alibi.
Domanda: “Le è capitato che qualche persona si sia sentita male durante l’escussione?”.
Risposta: “Non lo posso escludere, ma non lo ricordo”.
Garlasco, l’impronta 33 attribuita ad Andrea Sempio e l’ipotesi sulla mano bagnata: “Faceva senso”.
Il ricordo dei primi investigatori a Garlasco sull’impronta 33 attribuita ad Andrea Sempio.
“Faceva senso” quell’impronta di una mano sul muro delle scale di casa Poggi. Così uno degli investigatori che lavorarono al delitto di Garlasco nel 2007 descrive l’ormai nota impronta 33. L’impronta del palmo di una mano destra che gli inquirenti attribuiscono ad Andrea Sempio, accusato dell’omicidio di Chiara Poggi. Secondo gli specialisti del Ris, a differenza delle altre l’impronta 33 sembrava lasciata da una mano bagnata.
Secondo l’accusa l’impronta 33 è la firma dell’assassino del delitto di Garlasco, lasciata nell’atto di sporgersi dall’alto per guardare quanto fatto.
L’impronta di una mano destra rimasta sul muro delle scale che portano alla cantina della villetta di via Pascoli, dove venne trovato il corpo martoriato di Chiara Poggi.
Una traccia che la procura di Pavia attribuisce alla mano di Andrea Sempio, accusato del delitto a 19 anni di distanza dai fatti.
Secondo gli inquirenti l’impronta 33 è centrale nella nuova inchiesta su Garlasco, e per ricostruirne la storia sono stati sentiti anche i carabinieri del Ris di Parma che parteciparono alle prime indagini nel 2007.
Il ricordo dei primi carabinieri
Ricordi messi a verbale, contenuti nell’informativa dei carabinieri del Nucleo investigativo di Milano relativa alle indagini su Sempio e riportati dal Corriere della Sera.
“Si vedeva che era una mano destra e faceva senso“, dice l’allora comandante della sezione impronte del Ris di Parma, Aldo Mattei.
Le ipotesi sulla mano bagnata
“A differenza delle altre la 33 sembrava lasciata da una mano bagnata“, ricorda Mattei. Con un palmo asciutto “quell’impronta non esce”.
L’impronta aveva “un colore acceso”, ricordano i militari, una reazione che può essere data da “numerosi elementi che contengono aminoacidi come sudore, bianco d’uovo, sangue, sangue lavato”.
Nel 2007 gli specialisti del Ris ipotizzarono un appoggio dell’assassino lungo la parete delle scale, “strette, tortuose e senza un corrimano”.
“Sulla base della dinamica ipotizzata, l’assassino si sarebbe dovuto appoggiare alle pareti, verosimilmente in prossimità del corpo gettato e forse un po’ più in alto, anche per l’ingombro del corpo della vittima”, afferma un altro militare che esaminò la scena.
Stesse conclusioni a cui sono arrivati i Ris di Cagliari e i consulenti della procura di Pavia nella nuova inchiesta.
La dinamica ricostruita dall’accusa
L’impronta 33 viene collegata dagli inquirenti alle altre tracce presenti, in particolare a una goccia di sangue vicina e alla strisciata di una mano sinistra insanguinata sul muro.
E alla traccia “N1”, il tacco di una suola a tasselli sul bordo del “gradino zero”, emersa soltanto con le nuove indagini.
Da questi elementi gli inquirenti avrebbero ricostruito i movimenti dell’assassino, in una ricostruzione in parte diversa da quella fissata nella sentenza di condanna di Alberto Stasi.
Il killer avrebbe inferto gli ultimi colpi fatali a Chiara Poggi in fondo alle scale, sarebbe risalito e una volta in cima si sarebbe sporto dall’alto per guardare in basso.
L’impronta 33 e la traccia N1 sarebbero state lasciate proprio con quest’ultimo movimento.
Le due impronte, sottolineano gli investigatori, sono “perfettamente compatibili” con le misurazioni antropometriche effettuate su Sempio.
Secondo la ricostruzione di Repubblica, è in quel momento che l’aggiunto ha letto all’ex carabiniere l’articolo 371 bis del codice penale: quello che punisce chiunque renda false informazioni al pubblico ministero.
L’indagine su Gennaro Cassese, che viene confermata da La Stampa, va considerata una contestazione provvisoria e non un accertamento.



