Fame di guerra: nel 2026 due carestie in un solo anno.

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È la prima volta nella storiaIl decimo rapporto globale sulle crisi alimentari lancia un allarme senza precedenti: 266 milioni di persone in insicurezza alimentare acuta. Mentre i finanziamenti umanitari crollano, la fame viene usata come arma. Per la prima volta in dieci anni di analisi, il mondo ha registrato due carestie in un solo anno. Non è un tragico errore statistico, ma la cifra spietata che emerge dal Global Report on Food Crises 2026, appena pubblicato a Roma dalla Rete Globale contro le Crisi Alimentari (GNAFC), guidata da FAO e Programma Alimentare Mondiale. Il rapporto, giunto alla sua decima edizione e divenuto il punto di riferimento per la sicurezza alimentare globale, certifica che nel 2025 la Fase 5 della classificazione IPC – la carestia, il livello più estremo di fame – è stata confermata in parti della Striscia di Gaza e in aree assediate del Sudan, come El Fasher e Kadugli. Un evento senza precedenti che il Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha commentato nella prefazione con parole durissime: “La fame viene sempre più usata come arma di guerra”. Nel 2025, 266 milioni di persone in 47 Paesi hanno sofferto livelli elevati di insicurezza alimentare acuta. Il dato nominale è inferiore ai 296 milioni del 2024, ma si tratta di un’illusione statistica: il calo è dovuto principalmente alla mancanza di dati per 18 contesti di crisi, tra cui l’assenza di informazioni aggiornate per giganti come l’Etiopia e il Burkina Faso, a causa di tagli ai fondi e restrizioni di accesso. La percentuale di popolazione analizzata in crisi rimane al 22,9%, quasi il doppio rispetto al 2016, e non scende sotto il 20% dal 2020. Dieci Paesi concentrano da soli due terzi della fame acuta globale. Nigeria, Repubblica Democratica del Congo e Sudan rappresentano quasi un terzo del totale. L’Afghanistan, il Sud Sudan e lo Yemen figurano tra i più colpiti sia in termini assoluti che percentuali. Oltre 1,4 milioni di persone si trovavano in condizioni catastrofiche (Fase 5), un numero aumentato di oltre nove volte dal 2016. Nel solo Sudan, quasi 25 milioni di persone – oltre metà della popolazione – hanno affrontato livelli di crisi o emergenza alimentare. A Gaza, durante l’estate, un terzo della popolazione (641.000 persone) era in catastrofe, con carestia confermata nel governatorato di Gaza lo scorso agosto. La tregua ha poi attenuato la crisi, ma la situazione resta critica, con un rischio concreto di carestia che si estende al 2026 anche per il Sud Sudan. La guerra si conferma il motore principale della fame. In 19 Paesi, dove i conflitti sono il fattore primario, 147,4 milioni di persone necessitavano di assistenza urgente. È il caso delle due carestie confermate, ma anche di Myanmar, Haiti e Siria. Gli shock climatici, aggravati da El Niño e La Niña, sono stati il driver principale per 87,5 milioni di persone, specialmente nell’Africa australe e nel Corno d’Africa. Gli shock economici, seppur in calo come fattore primario, continuano a strangolare Paesi come lo Yemen. Il grido d’allarme più forte riguarda le risorse. Mentre la fame acuta persiste a livelli record, i finanziamenti umanitari per i settori alimentari sono crollati del 59% rispetto al picco del 2022, tornando ai livelli del 2016-2017. Anche gli aiuti allo sviluppo, cruciali per costruire resilienza, sono in forte contrazione. Le conseguenze sono già visibili: in Afghanistan, in distretti colpiti da tagli, i ricoveri per malnutrizione infantile acuta sono saliti del 16%; in Uganda, oltre un milione di rifugiati ha perso ogni assistenza, con un crollo della qualità della loro dieta. Il sistema di dati che sorregge il rapporto stesso è a rischio: il Programma Alimentare Mondiale ha condotto il 30% di interviste in meno nel 2025, e un ulteriore taglio è previsto per il 2026.Malnutrizione e sfollatiIl rapporto dipinge un quadro drammatico anche per i più vulnerabili: 35,5 milioni di bambini sotto i 5 anni e 9,2 milioni di donne in gravidanza o allattamento soffrivano di malnutrizione acuta in 23 Paesi. Quasi 10 milioni di questi bambini versavano in condizioni gravi. Intanto, 85,1 milioni di persone sono sfollate a forza nei Paesi in crisi alimentare, e i dati disponibili mostrano che tra gli sfollati la fame è sistematicamente più alta che tra i residenti.L’outlook per il 2026Le proiezioni per l’anno in corso non lasciano speranze: il rapporto prevede che in 23 contesti la situazione resterà critica, con popolazioni in Fase 5 già stimate in Sudan, Yemen, Sud Sudan, Nigeria e Gaza. A complicare lo scenario, l’escalation del conflitto in Medio Oriente, che rischia di innescare shock sui mercati energetici e dei fertilizzanti, con effetti a catena sulle importazioni alimentari globali.In un’epoca di crisi multiple e di “reset umanitario”, il rapporto si presenta come una bussola imprescindibile, ma anche come un monumento alla mancanza di volontà politica. “Porre fine alla fame è una prova per la nostra comune umanità”, ha scritto Guterres. “È una prova che non possiamo fallire”. Eppure, con due carestie simultanee e i rubinetti dei finanziamenti chiusi, il mondo sembra aver già scelto di non superare l’esame.

Paolo Iafrate

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