Data center: una soluzione, ma non per tutti

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Se, da una parte, la corsa al digitale in ogni ambito della vita sembra aver ridotto costi e consumi (aziende che, con lo smart working, riescono a risparmiare fino a 2500 euro ad impiegato ogni anno, utilizzando sempre meno energia; il consumo di carta che inizia a diminuire, per quanto l’impatto ambientale rimanga ancora importante), dall’altra il prezzo da pagare per far funzionare tutto in maniera efficiente è abbastanza alto. Per utilizzare un’applicazione, c’è bisogno di un’intera infrastruttura operativa (o data center); se poi quella piattaforma deve “ricordarsi”, per esempio, quanti follower ha o a che punto del film è arrivato ogni utente, il lavoro aumenta esponenzialmente e, con esso, il calore prodotto durante l’elaborazione dei dati. Senza considerare l’intelligenza artificiale e l’inimmaginabile potenza di calcolo necessaria per farla funzionare: significa surriscaldare migliaia di computer contemporaneamente e per continuare a farli funzionare, è necessario raffreddarli con milioni di litri di acqua.

Ciò che avrebbe dovuto aprire le porte ad una nuova era della sostenibilità risulta, quindi, tutt’altro che sostenibile. Eppure, in Finlandia (ma non solo), potrebbero aver trovato una soluzione: Microsoft propone di scaldare 100 000 abitazioni della città di Espoo, la seconda più grande del Paese, utilizzando il calore di un quasi completo cluster di data center costruito proprio nei paraggi. Entro la fine dell’anno, Microsoft sarà in grado di convogliare tutto il calore prodotto in una rete di teleriscaldamento per soddisfare il 40% del fabbisogno cittadino. Un risultato straordinario, ma che rischia di poter essere applicato solo ad una ristretta area geografica del mondo.

Il freddo del nord Europa agevola di moltissimo costruzione ed utilizzo dei data center: Svezia ed Irlanda hanno già sperimentato, infatti, l’idea di scaldare abitazioni con del calore prodotto, nel primo caso, da Conapto e nel secondo da Amazon Web Services; oggi è già una realtà. E se la Germania (il secondo Paese con più data center al mondo; ne conta 521) potrebbe pensare di adottare questa soluzione, L’America, che detiene quasi la metà dei data center del mondo (sono più di 5000), spesso in caldi stati centrali come quello del Texas, potrebbe fare molta fatica. Esportare poi calore verso stati più freddi, magari al confine con il Canada, è impossibile: i condotti per il teleriscaldamento non superano mai i 20 chilometri. Sicuramente, quindi, non una soluzione definitiva, ma un’idea sulla quale l’Europa può e deve concentrarsi per il raggiungimento dei suoi obiettivi di sostenibilità.

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