“Con la carabina”, quando il teatro costringe a guardare ciò che preferiremmo negare

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“Con la carabina”, in scena allo Spazio Diamante di Roma, nella Sala White di via Prenestina, dal 27 gennaio al 1 febbraio, è uno di quegli spettacoli che non si guardano ma si attraversano. E quando finisce, ci si accorge che in realtà non è finito affatto: si è solo spostato dentro, in un punto scomodo, quello in cui di solito finiscono le cose che non vogliamo nominare.

Il testo di Pauline Peyrade, nella traduzione di Paolo Bellomo, prende avvio da un fatto che ha già in sé qualcosa di insopportabile: l’idea che il linguaggio, lo strumento con cui una società dovrebbe dire il vero, possa diventare l’arma con cui lo nega. Una sentenza che trasforma una vittima in un equivoco e l’equivoco in colpa. Da lì lo spettacolo non cerca consolazioni morali. Costringe a restare nel paradosso, a sentire sulla pelle la distanza tra legale e giusto, tra racconto e realtà, tra vedere e sapere.

La regia e lo spazio scenico di Licia Lanera lavorano come una morsa. Stringono, tolgono aria, soprattutto non lasciano scappatoie emotive. L’impianto è secco, tagliente, con una precisione quasi clinica. Non c’è pornografia del dolore, ma una vera e propria chirurgia dello sguardo. Il pubblico viene condotto esattamente dove non vorrebbe stare, nella zona grigia in cui si scopre che la violenza non è solo un gesto, ma un sistema di cornici familiari, culturali e istituzionali che quel gesto lo rendono possibile e poi lo rendono dicibile in un certo modo.Il dispositivo scenico, spesso definito claustrofobico e scandito da luci che ricordano un set fotografico, non è un vezzo estetico.

È il tema stesso, tradotto in spazio. Le luci di Vincent Longuemare, maneggiate come parte attiva della scena, costruiscono una sorta di camera oscura che sviluppa immagini che non si vorrebbero vedere. Non viene mai chiesto cosa se ne pensa, ma se si è in grado di sostenere il peso di ciò che si sta guardando. A rafforzare questa pressione costante interviene il sound design di Francesco Curci, un tappeto sonoro basso, nervoso, che accompagna l’azione come una vibrazione sotterranea.

Al centro ci sono i corpi e le voci di Danilo Giuva ed Ermelinda Nasuto. La loro forza non sta nell’interpretare un trauma, ma nel rendere percepibile quanto sia facile, per chiunque, diventare un ruolo. Qui i ruoli non sono maschere, ma prigioni che si tramandano, si scambiano, si imitano. Il lavoro attoriale è fisico, teso, rigoroso, capace di alternare freddezza e improvvise detonazioni, come se l’intera scena fosse un ordigno tenuto sotto pressione. In particolare Nasuto attraversa età, posture e stati emotivi con una precisione impressionante, facendo convivere fragilità e ferocia nello stesso gesto.Uno degli aspetti più originali e più feroci dello spettacolo è la scelta di non puntare il dito contro un mostro isolato. È una scelta rischiosa, perché il teatro che affronta la violenza spesso ottiene consenso offrendo un colpevole semplice.

Qui invece la colpa è una rete che passa per la famiglia, per il linguaggio, per i rituali sociali, per i tribunali dell’opinione e per quelli ufficiali. È un teatro che costringe a una scoperta spiacevole: la distanza tra noi e l’orrore non è un abisso, ma una linea sottile fatta di frasi dette male, risate sbagliate, dubbi piazzati nel punto giusto.

I costumi di Angela

Tomasicchio accompagnano questa sospensione inquieta senza mai sovraccaricarla, mentre il lavoro di aiuto regia di Nina Martorana e l’organizzazione di Silvia Milani sostengono una macchina scenica precisa, essenziale, implacabile.

E lo Spazio Diamante, con la prossimità fisica della Sala White, si rivela il luogo ideale per questa esperienza. Non esiste una quarta parete che protegga davvero. In uno spazio così raccolto, ogni silenzio rimbalza più forte, ogni micro gesto arriva addosso come un’accusa o come una richiesta d’aiuto.

Alla fine, la carabina del titolo non è soltanto un oggetto o un’idea di vendetta. È una domanda caricata a colpo singolo. Non spara per risolvere, ma per svegliare. E quando si esce, resta quella sensazione rara e terribile che solo certi lavori sanno lasciare: che l’arte, ogni tanto, non debba piacere. Debba essere vera.

Giulia Nardinocchi

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