C’è un momento, in questa Aida areniana trapiantata nel ventre del Circo Massimo, in cui si capisce cosa Davide Livermore avesse in mente: restituire a Verdi la sua dimensione monumentale senza tradirne l’anima. La grandezza, va detto subito, c’è, insieme a un certo rispetto del classico che non era scontato in un allestimento di queste proporzioni.
Interessante, in particolare, la dialettica tra le immagini in bianco e nero, di sapore quasi Istituto Luce, proiettate sugli schermi laterali, e l’azione che si consuma nel presente: un cortocircuito temporale che rievoca l’immaginario degli anni Venti e, con esso, quella retorica post-risorgimentale così cara al culto verdiano (patria, eroismo, sacrificio) mediata però da un linguaggio visivo contemporaneo che la rende ancora, sorprendentemente, capace di parlare al presente.

Sul palco domina un grande ledwall dorato che funziona da parete templare, mastaba visiva, superficie sacra su cui si proiettano le immagini. Nelle scene più ieratiche (un fondale dorato da tempio egizio) l’effetto è di rara suggestione. Altrove, però, la grammatica cinematografica cede alla tentazione pubblicitaria: mostrare l’eroe tre volte durante la marcia trionfale, come fosse una campagna Calvin Klein, o Aida disperata in apertura con l’estetica da copertina di una serie Netflix, significa scambiare l’approfondimento del dramma con la sua riduzione a icona da consumo.
È il rischio, sempre in agguato nella regia contemporanea, di confondere la potenza dell’immagine con la sua ridondanza.
Sul fronte dei costumi, Gianluca Falaschi firma un guardaroba che rispetta la grandiosità dell’opera senza scivolare nel kitsch faraonico: vesti sobrie, colori caldi, armature essenziali, in una monumentalità da anni ‘20 che non soffoca la voce, né disturba l’occhio.
Le danze, curate insieme a Carlo Massari, sono forse l’aspetto più spettacolare, ma anche più discutibile dello spettacolo: le ballerine, con il loro evocare la haka, indulgono talvolta nell’ammiccamento pop, ma restituiscono una dimensione rituale, ferina, ancestrale che libera la scena dal decorativismo ottocentesco del balletto tradizionale. Viene da chiedersi se in quella coreografia (vista l’ambientazione egizia, la costante invocazione a Iside e a Ptah) non si celi un’allusione più o meno consapevole al sottotesto esoterico-massonico che innerva l’opera fin dalla sua genesi. Certe suggestioni, alla Pina Bausch, ai cinefili più giovani avranno forse ricordato la coregorafia di Suspiria firmato da Guadagnino, in cui affioravano addirittura accenni da rituali crowleyani.

Che sia caso o eco involontaria, resta il fatto che l’opera porta con sé, da sempre, un sostrato iniziatico su cui la saggistica più seria si è a lungo interrogata.
Nonostante un precipitare degli eventi talvolta goffo (difetto ricorrente nei drammi verdiani, dove l’afflato melodico tende a sopravanzare la logica dell’azione) l’esecuzione ha tenuto bene la scena. Daniele Callegari ha diretto con competenza orchestra e coro in condizioni acustiche tutt’altro che agevoli: masse sonore ben controllate, ottoni eccellenti, legni espressivi, pur con un’amplificazione necessaria che in uno spazio simile finisce inevitabilmente per sacrificare sfumature e timbri.

Sul versante vocale, in linea con quanto già ampiamente rilevato dalla critica: l’Aida di Elena Stikhina ha una grazia donizettiana, una dolcezza quasi mozartiana che forse poco si sposa alla passione della schiava ribelle, è Valentina Pernozzoli, nei panni di Amneris, a imporsi come vera protagonista drammatica, sempre in parte, con un timbro omogeneo in ogni registro e una notevole capacità espressionistica di rendere le contraddizioni della figlia del faraone. Ivan Magrì presta a Radamès una voce robusta, da tenore eroico più efficace nell’interpretazione classica che nellesfumature psicologiche. Ernesto Petti (Amonasro), forse il più convincente come presenza scenica, e Alex Esposito (Ramfis) curano con attenzione fraseggio e parola, fermo il primo, più chiaro e meditativo il secondo; completano con solidità il cast Adriano Gramigni, Veronica Marini e Andrea Schifaudo.
Sempre impeccabile il coro guidato dalla ferma sapienza di Ciro Visco.

Alla fine, questa Aida al Circo Massimo lascia un’impressione di grandezza classica, a tratti offuscata da scelte visive che oscillano tra il facilmente suggestivo e l’azzardo gratuito.
Ma quando la musica di Verdi prende definitivamente il sopravvento, ogni discussione sull’immagine si dissolve: ed è lì, nel silenzio sospeso tra un applauso e l’altro, che si avverte ancora, intatto, il peso di una tradizione che, semplicemente, non vuole morire.
AIDA
GIUSEPPE VERDI
12 – 28 luglio 2026, Circo Massimo
DIRETTORE: Daniele Callegari
REGIA E MOVIMENTI COREOGRAFICI: Davide Livermore
MAESTRO DEL CORO: Ciro Visco
REGISTA COLLABORATRICE: Chiara Osella
SCENE: Giò Forma
COSTUMI: Gianluca Falaschi
LUCI: Fiammetta Baldiserri
VIDEO: D-WOK
COREOGRAFO ASSOCIATO: Carlo Massari
PERSONAGGI E INTERPRETI:
AIDA: Elena Stikhina (12, 26, 28) / Yolanda Auyanet (15, 18, 22)
AMNERIS: Angela Meade (12, 22, 26) / Valentina Pernozzoli (15, 18, 28)
RADAMÉS: Ivan Magrì / Luciano Ganci (22)
AMONASRO: Ernesto Petti (12, 15, 18, 26, 28) / Ludovic Teziér (22)
RAMFIS: Alex Esposito
IL RE: Adriano Gramigni
LA SACERDOTESSA: Veronica Marini
IL MESSAGGERO: Andrea Schifaudo
ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO DELL’OPERA DI ROMA
Allestimento Teatro dell’Opera di Roma
Foto di Fabrizio Sansoni
Adriano Ercolani



