«Chi scrive il passato controlla il presente; chi guarda al passato e sente il presente vede il futuro.»
È questa la frase che compare sugli schermi del Circo Massimo all’inizio dei Carmina Burana di Carl Orff, proposti dal Teatro dell’Opera di Roma il 31 luglio, con Wayne Marshall sul podio e l’installazione video firmata da Anagoor. Più che un’introduzione, è una dichiarazione poetica e politica che offre allo spettatore la chiave di lettura dell’intera serata.
Conosco quest’opera dagli anni Novanta. Conservo ancora una vecchia cassetta registrata sulla quale la ascoltavo quando, affascinata dai madrigali e dalla musica medievale, cercavo di approfondire quel repertorio. Solo più tardi scoprii che l’universo evocato da Orff non è una semplice restituzione del Medioevo, ma una sua potente reinvenzione moderna. Eppure quella forza evocativa continua ancora oggi a parlarci.
Dal vivo, i Carmina Burana conservano tutta la loro monumentalità. La celeberrima O Fortuna, che apre e chiude il ciclo, imprime alla composizione una struttura circolare: tutto nasce dalla Fortuna e tutto a essa ritorna. È una ruota musicale, ma anche filosofica.
L’impatto dell’esecuzione è straordinario. L’Orchestra e il Coro del Teatro dell’Opera di Roma, preparato da Ciro Visco, insieme al Coro di Voci Bianche diretto da Alberto de Sanctis, costruiscono una massa sonora imponente. Colpisce la vastità dell’organico corale, raramente così numeroso, e la disposizione del coro, organizzato visivamente per uomini e donne, che rafforza l’effetto scenico. Dai coristi emergono poi le tre voci soliste – il soprano Alessandra Marianelli, il baritono Thomas Lehman e il giovane controtenore Ivan Borodulin – che danno corpo ai diversi registri espressivi della partitura.
Marshall guida orchestra e coro con energia e chiarezza, esaltando tanto la potenza ritmica delle grandi pagine corali quanto i momenti più lirici, senza mai perdere il senso dell’unità narrativa.

Ma è l’installazione audiovisiva di Anagoor a imprimere alla serata una precisa identità. Le immagini non accompagnano la musica: la interpretano. La Roma imperiale, le insegne del potere, i volti degli imperatori, i frammenti di Cabiria di Giovanni Pastrone e i filmati amatoriali girati da Eva Braun al Berghof costruiscono un racconto sul destino degli imperi e sulla fragilità di ogni dominio.
Fra le sequenze più efficaci vi sono le insegne imperiali che, dopo essere state innalzate, vengono deposte e chiuse in una cassa di legno simile a una bara. È un’immagine essenziale e potentissima: nessun impero è eterno. Il potere nasce, si celebra e inevitabilmente decade.

Le immagini delle allegre comitive sulle montagne della Baviera, dei corpi atletici, della natura idealizzata e della vita comunitaria mostrano invece come anche l’estetica della felicità possa diventare strumento di propaganda. La serenità apparente è già attraversata dall’ombra della violenza. Così come il gregge che prima pascola libero e poi viene catturato, tosato e ricondotto al branco, metafora di una collettività resa uniforme e docile.
Suggestive anche le maschere d’oro applicate al volto dell’imperatore romano: il potere si fa icona, si divinizza, ma proprio mentre si rende eterno nasconde il volto reale dell’uomo che decide il destino degli altri.
L’intero percorso visivo dialoga perfettamente con la struttura dell’opera, dove la ruota della Fortuna governa ogni esistenza. E quella ruota finisce inevitabilmente per diventare anche la ruota della Storia. I vincitori diventano vinti, gli imperi si dissolvono, le civiltà che sembravano destinate a durare per sempre finiscono archiviate come le insegne rinchiuse nella loro bara di legno.
In questo senso la produzione di Anagoor non attualizza semplicemente Orff: lo usa per interrogare il presente. Ricorda che il passato non è mai davvero passato e che la storia continua a riproporre i propri meccanismi sotto forme diverse. Ma suggerisce anche una speranza: se ogni potere porta in sé il seme della propria fine, allora nessun impero, per quanto oggi appaia invincibile, è destinato a durare.
Una sola nota stonata arriva dalla platea. Qualche spettatore tenta di applaudire tra un numero e l’altro, interrompendo il flusso dell’esecuzione. Fortunatamente il gesto resta isolato. Opere come i Carmina Burana chiedono un ascolto continuo: l’entusiasmo trova il suo momento naturale nell’applauso finale, quando il viaggio musicale e simbolico si è finalmente compiuto.
Quella del Teatro dell’Opera di Roma non è stata soltanto un’eccellente esecuzione di uno dei grandi capolavori del Novecento. È stata una riflessione sul tempo, sulla memoria e sul potere. E, come la ruota della Fortuna che apre e chiude l’opera, ci ricorda che anche la storia continua a girare.

IL TEATRO DELL’OPERA AL CIRCO MASSIMO
Carmina Burana
Musica Carl Orff
Direttore Wayne Marshall
Maestro del Coro Ciro Visco
Installazione video Anagoor
Soprano Alessandra Marianelli
Baritono Thomas Lehman
Controtenore Ivan Borodulin
ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO DELL’OPERA DI ROMA
con la partecipazione del Coro di Voci Bianche del Teatro dell’Opera di Roma (maestro Alberto de Sanctis)
CIRCO MASSIMO
RAPPRESENTAZIONE UNICA venerdì 31 luglio, ore 21.30
Barbara Lalle



