Venezia, tra centri sociali e passerella di artisti Pro-Pal: al Lido sfila l’antisemitismo da da jet set. Pupi Avati e Giancarlo Giannini: ‘Sono tutte stronzate’

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La manifesta pro-Pal a margine della Mostra del Cinema, ha trasformato per un giorno il Lido di Venezia nel palcoscenico di uno spettacolo contestatario con il solito copione di riferimento sotto il braccio. Così, mentre a pochi passi dalle sale di proiezione, il cinema celebrava la sua arte, una parte della piazza ha messo in scena il proprio show, fatto di slogan e accuse che, pur di attaccare il governo in carica, non hanno esitato a cadere nella solita “retorica” rossa.

Il copione era già scritto. In prima fila, gli organizzatori dei centri sociali, fedeli al loro ruolo di “sentinelle” dell’anti-sistema, hanno sfilato con lo striscione “Contro il genocidio e le guerre. Free Palestine”.

E così, tra drappi  rossi e bandiere palestinesi, abiti di scena  per “Una Palestina libera dal fiume fino al mare”, che secondo molti osservatori è risuonato come un chiaro appello all’eliminazione dello Stato di Israele.

Così, il primo a prendere la parola ha subito virato sulla politica interna, puntando il dito contro Giorgia Meloni. La premier, accusata di essere complice degli orrori in atto, si è ritrovata al centro del mirino di una manipolazione dell’indignazione selettiva, utile a sposare una narrazione sinistrorsa  di parte.

«Ma davvero pensiamo che una marcia a Venezia durante la Mostra del Cinema possa cambiare le cose?». Va dritto al punto Pupi Avati, che in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, commenta la marcia pro-Pal che si è tenuta al Lido di Venezia. «Sono sempre stato un cane sciolto. Per partecipare a manifestazioni collettive bisogna essere persone che hanno una visione delle cose più omologata. Io, in ogni circostanza, ho sempre cercato di avanzare una mia visione, poi non ce l’ho fatta e sono sempre rimasto alternativo, tutta la vita, politicamente e cinematograficamente. Questo è un prezzo che uno paga per la propria indipendenza».

«Stiamo vivendo un orrore, ma sono disincantato sul fatto che sia sufficiente fare una marcia a Venezia perché le cose cambino. Non credo proprio che Netanyahu soprassieda rispetto a ciò che sta facendo perché c’è un corteo durante un Festival cinematografico.

Alla soglia dei suoi 87 anni, Avati non vede nel corteo un reale strumento di pressione politica. «Sono manifestazioni che ricordo ricorrenti, eppure non risolsero mai nulla, non cambiano la storia. Purtroppo la prepotenza dei potenti fa sì che tutto sia deludente, da una parte e dall’altra». E non concede nemmeno all’argomento del valore simbolico. «Ma noi davvero immaginiamo che Trump, Netanyahu o Putin tengano conto di una manifestazione alla Mostra del Cinema di Venezia? A me pare solo che si tolga a Venezia una ulteriore occasione per parlare di film».

«Non ho nulla contro, ma sono disincantato sulla possibilità che possa portare un qualsivoglia cambiamento». Potrebbe almeno servire a far riflettere: «Una marcia a Venezia? Una visione molto ingenua. Andrebbe fatto altro: queste persone andrebbero prese per il bavero e sbattute contro il muro delle loro responsabilità».

«Sono tutte stronzate». E quando a dirlo non è il solito commentatore da talk show, ma Giancarlo Giannini.   Sul Foglio, Giannini sbotta davanti all’ennesima lettera che vorrebbe fermare le guerre per alzata di mano. «Mi sembra una stronzata, ecco», taglia corto. Non è il tema a irritarlo, ma la goffa presunzione: «Un appello, in generale. E poi, in particolare, un appello per la Palestina che però estromette due attori» come Gala Gadot e Gerard Butler.

Giannini non fa sconti alla morale prêt-à-porter. «Bella idiozia – commenta ancora – e però la pace non si fa così. E poi, soprattutto, io sono anarchico, perciò non mi interessa».

E se c’è qualcosa che proprio non gli va giù, è questa stramba idea che l’artista debba farsi ambasciatore di guerre, giudice dei popoli, coscienza collettiva. «In ogni caso l’arte non c’entra niente con la morte, con la distruzione, con la fame. Queste tragedie competono al potere, non agli artisti».

Stanco del teatrino militante, lancia la domanda più onesta di tutte: «Ma cosa gliene frega a loro, sul tappeto rosso, se quei due sono israeliani o sionisti?». E infine: «Non lo so. L’artista è un artista. Ma che cosa gliene frega?!».

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