Uno spettro si aggira per l’Europa: non è un’ideologia unica, non ha una capitale e non dispone di un manifesto comune. È piuttosto una convergenza di interessi, linguaggi e strategie che mette insieme i diversi sovranismi europei e le autocrazie di alcune potenze esterne al continente. Le differenze tra questi soggetti sono profonde, così come divergenti possono essere i loro obiettivi geopolitici. Ma esiste un punto di contatto sempre più evidente: la delegittimazione delle istituzioni democratiche, la svalutazione del pluralismo e la trasformazione della politica in uno scontro permanente tra un presunto popolo autentico e tutto ciò che viene rappresentato come ostacolo alla sua volontà. Il problema europeo non consiste dunque semplicemente nella crescita dei partiti nazionalisti o nella maggiore forza elettorale delle destre radicali. In una democrazia, anche le forze più radicali hanno il diritto di competere, governare e proporre un diverso modello di società, purché rispettino le regole costituzionali e l’alternanza. Il punto critico nasce quando il sovranismo smette di essere una posizione politica e diventa una concezione del potere secondo la quale il mandato elettorale autorizza a ridurre i contrappesi, indebolire l’indipendenza della magistratura, intimidire la stampa, politicizzare le istituzioni e considerare il dissenso non come una componente fisiologica della democrazia, ma come un atto di ostilità verso la nazione. È qui che il fenomeno europeo incontra le strategie delle autocrazie esterne. Regimi privi di autentico pluralismo politico hanno un interesse evidente a dimostrare che le democrazie liberali non sono migliori dei sistemi autoritari, che le elezioni sono soltanto una facciata, che le istituzioni europee sono inefficienti e che i diritti individuali possono essere sacrificati in nome della sicurezza, dell’identità nazionale o dell’ordine. Non è necessario che queste potenze controllino direttamente i movimenti sovranisti europei per ottenere un risultato politico. È sufficiente che contribuiscano a diffondere sfiducia, esasperare le divisioni e rendere più fragile il terreno sul quale si regge il consenso democratico. La democrazia, infatti, non viene necessariamente abbattuta attraverso un colpo di Stato. Può essere erosa lentamente, dall’interno, attraverso la perdita di fiducia nelle sue regole. È un processo meno spettacolare e per questo più difficile da riconoscere. Si comincia con la convinzione che il Parlamento sia inutile, che i giornalisti siano tutti corrotti, che i giudici siano strumenti della politica, che gli esperti siano parte di un sistema autoreferenziale, che le organizzazioni internazionali siano nemiche della sovranità nazionale. Quando queste convinzioni diventano maggioritarie o sufficientemente diffuse, il problema non è più soltanto la qualità del dibattito pubblico. È la legittimità stessa delle istituzioni che viene messa in discussione. I social network hanno accelerato questo processo. La disinformazione non deve necessariamente convincere milioni di persone di una singola falsità. Può ottenere un risultato più semplice ed efficace: rendere indistinguibile il vero dal falso. Se ogni notizia è sospetta, ogni fonte è manipolata, ogni istituzione mente e ogni esperto nasconde un interesse, allora il cittadino non dispone più di criteri condivisi per distinguere un fatto da una propaganda. La conseguenza è una forma di relativismo politico nel quale non conta più ciò che è verificabile, ma ciò che appare coerente con la propria appartenenza. È in questo spazio che prospera il populismo autoritario. Il suo linguaggio è semplice: il popolo contro le élite, la nazione contro gli stranieri, i cittadini contro le istituzioni, la maggioranza contro le minoranze, la volontà popolare contro i vincoli costituzionali. Il problema è che la democrazia liberale non coincide con il semplice principio maggioritario. Una maggioranza non può disporre senza limiti dei diritti della minoranza, né può cancellare l’indipendenza degli organi di garanzia in nome del consenso ottenuto alle urne. Le costituzioni moderne esistono precisamente per impedire che la maggioranza del momento possa trasformare il proprio potere in dominio permanente. La sovranità nazionale, del resto, non è incompatibile con la democrazia europea. Il problema nasce quando la sovranità viene utilizzata come argomento per sottrarsi a ogni forma di responsabilità, cooperazione e controllo. L’Europa è costruita su un equilibrio difficile: gli Stati conservano una parte essenziale delle proprie prerogative, ma accettano anche regole comuni e limitazioni reciproche. È proprio questa architettura, con tutte le sue lentezze e contraddizioni, ad avere garantito per decenni un livello di stabilità politica che il continente aveva conosciuto raramente nella propria storia. Attaccare sistematicamente quell’architettura significa quindi colpire qualcosa di più di Bruxelles. Significa mettere in discussione il principio secondo cui la forza dello Stato deve essere sottoposta alla legge, secondo cui gli Stati possono cooperare senza perdere necessariamente la propria identità e secondo cui i conflitti politici possono essere risolti attraverso istituzioni e procedure anziché attraverso la pura contrapposizione dei poteri. Le autocrazie esterne all’Europa hanno compreso da tempo la vulnerabilità di questo sistema. Una democrazia aperta è, per definizione, più esposta alla propaganda di un regime chiuso. Una società pluralista permette la circolazione di idee che possono essere utilizzate anche contro le istituzioni che garantiscono quella stessa libertà. Una stampa libera può essere accusata di tradimento. Le piattaforme digitali possono diventare strumenti di manipolazione. Le divisioni sociali possono essere sfruttate da chi non ha alcun interesse alla loro ricomposizione. Ma attribuire ogni difficoltà europea a una regia straniera sarebbe altrettanto sbagliato. Le potenze esterne possono sfruttare fratture già esistenti, non crearle dal nulla. Se una parte crescente dei cittadini non si fida delle istituzioni, se le disuguaglianze alimentano risentimento, se intere comunità percepiscono di essere state escluse dai benefici della globalizzazione, se la politica appare incapace di governare fenomeni come le migrazioni, la transizione economica e tecnologica o la trasformazione del lavoro, la responsabilità non può essere scaricata esclusivamente sulla propaganda straniera. Questo è il punto più delicato della questione. Per difendere la democrazia non basta denunciare chi la attacca. Occorre correggere le condizioni che la rendono vulnerabile. Una democrazia che non riesce a produrre sicurezza, opportunità, servizi pubblici efficienti e rappresentanza politica lascia inevitabilmente spazio a chi promette soluzioni drastiche. La difesa delle istituzioni democratiche passa quindi anche dalla loro capacità di funzionare. L’Europa si trova davanti a una scelta che non può essere rinviata. Può affrontare la crescita dei sovranismi limitandosi a demonizzarli, oppure può confrontarsi con le domande sociali e politiche che li alimentano, distinguendo quelle legittime dalle risposte illiberali che talvolta vengono proposte. Può rafforzare la propria capacità di contrastare la disinformazione senza trasformare la lotta alla propaganda in censura. Può difendere l’indipendenza della magistratura e dell’informazione senza pretendere che ogni critica alle istituzioni sia illegittima. Può rafforzare i propri confini senza rinunciare ai principi dello Stato di diritto. Può rivendicare la propria sovranità strategica senza trasformarla in isolamento. Il vero terreno dello scontro è dunque meno ideologico di quanto possa apparire. Non si tratta semplicemente di destra contro sinistra, di europeisti contro sovranisti o di Occidente contro autocrazie. La questione fondamentale riguarda il modo in cui viene concepito il potere. Da una parte c’è l’idea che il potere debba essere limitato, controllato, distribuito e sottoposto a regole che valgono anche per chi governa. Dall’altra c’è l’idea che chi conquista il consenso possa considerare ogni limite un ostacolo e ogni controllo un’usurpazione della volontà popolare. È su questa linea che si gioca la partita europea. Il rischio non è necessariamente quello di vedere domani le democrazie europee trasformarsi in regimi autoritari. Il rischio più concreto è assistere a una progressiva normalizzazione di comportamenti che un tempo sarebbero stati considerati incompatibili con una democrazia liberale. Un attacco alla stampa qui, una pressione sulla magistratura là, una delegittimazione del Parlamento, una campagna contro un avversario politico, una manipolazione informativa, una deroga presentata come eccezionale e poi resa permanente. Presi singolarmente, questi episodi possono apparire marginali. Considerati nel loro insieme, possono indicare una trasformazione del rapporto tra potere e regole. Lo spettro che si aggira per l’Europa, quindi, non è soltanto quello del sovranismo. È l’idea che la democrazia possa essere privata progressivamente delle proprie garanzie senza che venga formalmente abolita. È una democrazia nella quale si continua a votare, ma si riducono gli spazi del dissenso; nella quale esistono istituzioni, ma se ne svuota l’autonomia; nella quale esiste una libertà formale di informazione, ma il rumore della propaganda rende sempre più difficile riconoscere i fatti; nella quale la maggioranza conserva il diritto di governare, ma tende a considerare la minoranza un’anomalia da neutralizzare. Il fine, per chi vuole minare la democrazia, non è necessariamente conquistare il potere direttamente. Può essere sufficiente convincere i cittadini che la democrazia non meriti più di essere difesa. È questa la vittoria più profonda dell’autoritarismo: non quando i cittadini perdono il diritto di scegliere, ma quando smettono di credere che scegliere liberamente, discutere, dissentire e sottoporre il potere a controllo abbiano ancora un valore. Per questo la risposta europea non può essere soltanto securitaria né soltanto propagandistica. Deve essere politica, istituzionale e culturale. Deve dimostrare che le democrazie possono proteggersi senza diventare autoritarie, che gli Stati possono difendere i propri interessi senza rinunciare alla cooperazione e che la sovranità può convivere con lo Stato di diritto. Soprattutto, deve restituire ai cittadini una ragione concreta per continuare a considerare la democrazia non un sistema perfetto, ma il migliore strumento disponibile per correggere pacificamente i propri errori. Perché la democrazia non muore soltanto quando qualcuno la abbatte. Può morire anche quando, lentamente, si smette di considerarla necessaria
Uno spettro si aggira per l’Europa: il sovranismo contro la democrazia
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