Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, l’articolo inviatoci da Roberto Buono che ha assistito al concerto di Stevie Wonder tenutosi a Manchester il 5 luglio scorso:
Manchester, 5 luglio 2025 – Ore 20:21. È l’istante preciso in cui Stevie Wonder sale sul palco della Co-op Live, accolto da un boato carico di devozione. Prima ancora di suonare una nota, si prende un momento per presentare i suoi figli, al suo fianco, e per condividere un messaggio profondo: parla di guerre, sofferenza nel mondo e della necessità di unità. Un’introduzione che tocca le coscienze e prepara il terreno a un viaggio musicale ed emotivo. Si parte con “Love’s in Need of Love Today”: la sua voce, sempre intensa e calda, abbraccia il pubblico con una forza spirituale e politica. Poi si siede al piano e, come se leggesse nella mente di chi ascolta, arriva “As”, accompagnato da un lungo assolo di sassofono che innalza l’energia emotiva. La band è straordinaria: quattro coriste e un corista, una sezione fiati di quattro elementi, chitarra, basso, batteria e doppie percussioni. Una macchina perfetta che non perde mai la vibrazione umana e calda del soul. La Co-op Live si conferma un tempio moderno della musica dal vivo. L’acustica è impeccabile, i visual su schermo sono in altissima definizione, ma mai invasivi: tutto è al servizio della musica. Tra i momenti più travolgenti c’è “Jammin’”, con il pubblico in piedi e coinvolto in una danza collettiva. Stevie invita tutti a battere le mani, e la Co-op si trasforma in un’unica voce. Quando attacca “Higher Ground”, il palazzetto esplode in un’ovazione: pura energia, funk al massimo livello, un classico senza tempo che suona più urgente che mai. Segue un gioco con il pubblico: accenna poche note e chiede se qualcuno riconosce la canzone. Ovviamente tutti rispondono, cantando con lui. Poi scherza sul fatto di sbagliare intonazione, e la figlia ride con lui in un tenero siparietto. È la volta di “Everybody is a Star”: bell’impasto di voci dei coristi, tutti in piedi di nuovo, travolti dall’energia. Delirio con “Signed, Sealed, Delivered I’m Yours”, un’esplosione di gioia collettiva. Stevie incita il pubblico a cantare: “Mmm mmm… are people alright?”, ritmando con le mani. Poi guida tutti nel coro: “Oh oh I feel alright”, prima due volte, poi tre. Una connessione diretta, semplice e potente. “Don’t You Worry ’Bout a Thing” fa alzare in piedi anche gli ultimi rimasti seduti: bellissima la sezione dei fiati e del coro, l’arrangiamento ha sfumature quasi sudamericane, calde, ritmate e gioiose. Poi Stevie rallenta il tempo: “My Cherie Amour” incanta con il suo groove delicato e la voce incredibilmente calda del Maestro. “Overjoyed” è pura emozione: l’arena si illumina di piccole luci colorate, e il pubblico – ora seduto, in un’atmosfera quasi onirica – canta sottovoce con lui. È la volta del figlio e della figlia con “Stranger on the Shore of Love”. Durante questo pezzo, Stevie Wonder esce di scena, lasciando che sia una corista a cantare “Until You Come Back to Me (That’s What I’m Gonna Do)”, brano scritto da Morris Broadnax, Clarence Paul e Stevie Wonder. Segue un momento strumentale con “Contusion”, brano tratto dal celebre album del 1976 “Songs in the Key of Life”. Caratterizzato da una complessa struttura musicale, fonde elementi di jazz fusion e mette in risalto la virtuosità di Wonder su tastiere e armonica. Presente anche Michael Sembello alla chitarra. Stevie torna in scena, accolto da applausi scroscianti, giocando sempre con il pubblico e le coriste. La versione di “Lately” è intima, toccante, da far venire le lacrime agli occhi. “Golden Lady” viene eseguita in modo altrettanto raccolto, con solo pianoforte e qualche percussione suonata con estrema delicatezza. Ora il figlio, un po’ emozionato, prende la scena sul palco. Canta “I Can Only Be Me” con grande intensità e vocalizzi tipici del soul black. Stevie, visibilmente orgoglioso, si alza e dice con affetto: “Amo mio figlio.” Subito dopo attacca il nuovo pezzo “Living for the City”, e tutto il pubblico torna in piedi a ballare, travolto da un’energia liberatoria e collettiva. Il crescendo continua con “Sir Duke”, un’esplosione di ritmo dove tutti ballano e cantano senza freni. Segue un’esecuzione potente di “Wish”, con fiati e percussioni al massimo della loro forza, mentre la voce di Stevie è in gran forma e sprigiona tutta la sua energia. Infine, il pubblico si unisce in coro con “Ebony and Ivory”, cantata e suonata in modo dolce e intimo. Il ritmo è scandito dalle mani che battono a tempo, mentre il pubblico si alterna nelle strofe, creando un momento di comunione unico. Ma non è ancora finita. Stevie Wonder attacca “Do I Do”, e la festa si riaccende. Poi arriva il momento atteso da tutti: “I Just Called to Say I Love You”. Il pubblico canta in coro, senza bisogno di inviti. Per il gran finale: “Superstition”. Tutte le coriste tornano sul palco con lui per un inchino collettivo, in un clima di celebrazione, gioia e gratitudine reciproca. Uno spettacolo monumentale. Stevie Wonder non è solo una leggenda della musica: è una forza vitale, una voce che unisce generazioni e coscienze, capace di trasformare un’arena in un tempio di emozione e ritmo. Nonostante il passare degli anni, conserva una presenza scenica e una voce che riescono ancora a far vibrare l’anima. Con i suoi figli accanto e una band impeccabile, ha costruito uno show che è viaggio, preghiera, danza e memoria collettiva. A Manchester, il 5 luglio 2025, abbiamo vissuto un miracolo soul.





Roberto Buono



