Carlo Piazzolla, il 65enne luogotenente dei carabinieri in congedo, originario di Margherita di Savoia(Fg), che ha sventato la rapina alla gioielleria del centro commerciale di Molfetta in provincia di Bari, racconta, dolorante e con modestia, la vicenda dal letto tredici della stanza sette del reparto di ortopedia, al secondo piano del policlinico di Bari.
Si sente un eroe?
“Assolutamente no. Penso di aver fatto una cosa normale per una persona come me che ha indossato per una vita la divisa servendo lo Stato e cercando di garantire la sicurezza dei cittadini”.
Ritiene che un carabiniere resti tale per tutta la vita?
“Certamente, quello del carabiniere, per come la vedo io, non è un semplice lavoro ma una missione e un impegno verso le istituzioni e il prossimo. Per questa ragione, posso tranquillamente affermare che a un carabiniere, anche se in congedo, gli alamari restano cuciti sulla pelle”.
Tornando a sabato mattina, come mai lei si trovava in quel posto?
“Io che vivo, ormai, da anni in Liguria, pur avendo prestato servizio presso la compagnia dei carabinieri di Molfetta fino al 2011, sono venuto a in Puglia per assistere mia madre inferma. Sabato mattina, appena arrivata mia sorella a casa di mia madre, per darmi il cambio nell’assistenza, abbiamo deciso di andare a prendere un caffe al centro commerciale. Mentre eravamo, io e mia sorella, al bar a fare colazione, ho visto tanta gente che correva impaurita. Ho chiesto a un signore cosa stava succedendo e mi ha detto: <<stanno facendo una rapina alla gioielleria>>. A quel punto non ci ho pensato due volte, perché l’istinto di carabiniere mi diceva di intervenire”.
E, quindi, è subito corso verso la gioielleria?
“No, la prima cosa che ho fatto è stata quella di mandar via in macchina mia sorella e, poi, in tutta fretta mi sono spostato davanti alla gioielleria. Lì c’era un uomo che vedendomi arrivare mi ha detto che era un carabiniere fuori servizio e mi ha chiesto di allontanarmi”.
E lei?
“Ho detto al collega di essere un sottufficiale dell’Arma in pensione e gli ho offerto la mia collaborazione”.
Avete pianificato insieme come e quando intervenire?
“L’esperienza dell’essere carabinieri ci ha portato, automaticamente, ad escludere di intervenire all’interno visto che il rapinatore era armato di kalashnikov e avrebbe potuto iniziare a sparare all’impazzata provocando danni collaterali imprevedibili e gravi. Per questo non lo abbiamo mai perso di vista. Una volta terminata la rapina il malvivente che aveva caricato il suo bottino in alcuni sacconi è uscito dal centro commerciale dirigendosi verso la sua auto una Fiat Panda che aveva lasciato aperta e con le chiavi inserite nel quadro. Arrivato alla sua auto il rapinatore ha aperto lo sportello posteriore del lato guida per caricare la refurtiva e in quel momento abbiamo deciso di intervenire”.
In che modo?
“Mentre il collega gli puntava la sua arma intimandogli di arrendersi io ho fatto il giro dall’altra parte della macchina e entrando dallo sportello laterale sinistro ho sfilato le chiavi da quadro in modo da evitare che potesse fuggire con la sua macchina. A quel punto abbiamo reiterato l’invito ad arrendersi dicendogli che non poteva più fuggire da lì”.
È stato quello il momento nel quale ha sparato?
“No. Il rapinatore a quel punto, non intendendo arrendersi e, soprattutto, non volendo rinunciare alla refurtiva ha ripreso i suoi sacchi con il bottino è ha iniziato a vagare per il parcheggio alla ricerca di un’auto per fuggire. Non trovandone una ha puntato la sua arma verso una macchia che arrivava con a bordo due donne dicendo loro di abbandonare il mezzo per darsi alla fuga. Ma il collega con grande prontezza di spirito, qualificandosi, ha intimato alle due donne di proseguire la loro marcia allontanandosi con l’auto”.
E, poi, che è successo?
“Noi continuavamo a dirgli di arrendersi e di deporre a terra l’arma, ma lui non era intenzionato a farlo e mentre gli parlavamo nel tentativo di convincerlo alla resa ho visto che per qualche secondo l’uomo ha abbassato l’arma puntando la canna verso l’asfalto. È stato allora che ho deciso di intervenire approfittando del momento nel quale non eravamo sotto tiro e mi sono lanciato di corsa verso di lui”.
Ma come si è ferito?
“Mentre correvo verso il rapinatore, questi ha cercato di rialzare la canna della mitraglietta, io vedendo ciò ancora più convintamente gli sono saltato addosso ma nel frattempo aveva alzato di qualche centimetro il kalashnikov è ha iniziato a sparare una sventagliata di colpi, mi dicono circa una quindicina. Tre di quei proiettili mi hanno colpito uno al fianco destro fuoriuscendo dal gluteo, l’altro mi ha spappolato il ginocchio e un terzo si è conficcato nelle mia tibia destra, e per estrarlo ho subito un intervento chirurgico di quattro ore sabato sera”.
E il rapinatore?
“Grazie al mio balzo addosso è stato poi neutralizzato dal collega che lo ha assicurato alla giustizia”.
Ma lei un gesto del genere lo rifarebbe?
“A guardare le conseguenze mi verrebbe da dire no, ma come dicevo prima l’indole del carabiniere, in questi casi, fa scattare quella naturale adrenalina che non ne sarei più così tanto sicuro”.
Cosa ha detto ai suoi familiari quando li ha visti?
“A mia sorella ho chiesto di raccontare una bugia bianca a mia madre, per non farla preoccupare, chiedendole di dirle che ero partito per una settimana in vacanza. A mio fratello che, appena saputa la notizia, si è precipitato in ospedale arrivando in nottata da Milano, dove vive, gli ho semplicemente detto: <<sono qui>>”.
Si sente fortunato per come è andata?
“Francamente poteva andare meglio come, certamente, peggio, ma evidentemente non era arrivato ancora il mio momento. Un ringraziamento, particolare, vorrei rivolgere all’Arma dei carabinieri che non mi ha lasciato solo neanche per un momento, come si fa in una famiglia unita. Per tutti voglio ringraziare il comandante provinciale di Bari, il generale di brigata Gianluca Trombetti che è venuto personalmente a sincerarsi delle mie condizioni, facendomi sentire l’affettuosa e sincera vicinanza dell’intero corpo”.



