Microplastiche: 68mila rischi ancora da valutare

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La ricerca sulle microplastiche continua a crescere e, con essa, la consapevolezza che il problema è ben più grande di quanto si potesse pensare in origine: secondo uno studio dell’Università di Tolosa, basta respirare in casa propria ed in automobile per inalare 68mila particelle di microplastiche al giorno, di quelle talmente piccole da penetrare nei polmoni. E con un’intera isola di plastica, milioni di chilometri quadrati di cui il 90% microplastiche, nel Pacifico, è difficile aspettarsi di respirare aria pura nei prossimi anni.

Il conto da pagare per decenni di sfruttamento, poco consapevole, di un materiale in grado di degradarsi completamente solo dopo centinaia di anni (per quanto le tempistiche varino sensibilmente a seconda del tipo di plastica preso in esame), si preannuncia salato, inevitabile e probabilmente a carico della salute di diverse specie viventi. Per quanto l’Oms abbia riconosciuto un “basso rischio di tossicità” associato ai contaminanti caratteristici delle microplastiche (tra i quali pesticidi, plasticizzanti e coloranti), bisogna tenere a mente che questa dichiarazione è stata fatta basandosi sullo studio di particelle nel range di 20-200 micrometri di grandezza. Ed infatti, utilizzando le concentrazioni rilevate precedentemente all’analisi di Tolosa, la quale tiene in considerazione anche particelle al di sotto dei 10 micrometri, si era sottostimato di dieci volte il numero di frammenti inalato giornalmente da un adulto umano.

Gli effetti sulla salute dovuti a queste concentrazioni (destinate ad aumentare) di microplastiche nel corpo sono ancora quasi del tutto sconosciuti. Studi condotti sugli animali non hanno riportato particolari problemi dovuti alla presenza di microplastiche nell’ organismo, ma la ricerca continua ad assumere un ruolo fondamentale per capire come convivere con una realtà non più così nuova.

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