Lo sguardo dall’alto di Egon Schiele e il suo penetrare nelle profondità della psiche umana.

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Il 20, 21 e 22 aprile è stata presentata nelle sale “Tabù. Egon Schiele” l’ultima opera di Nexo Studios la Grande Arte del Cinema, prodotta da 3D Produzioni Nexo Studios, diretta da Michele Mally e scritta da Mally con Arianna Marelli, dedicata alla breve vita del pittore austriaco la cui opera sorprende ed affascina generazioni di giovani. Si tratta di un docufilm che ha una sua narrazione originale: l’attrice esordiente Erika Carletto, con toni di dolcezza e nostalgia, è la voce narrante che unisce le parti del racconto agli interventi di studiosi ed esperti, accompagnata dalle musiche originali composte ed interpretate dalla violinista Laura Masotto e da canti d’epoca.

“Questa è la storia di Egon, Gerti, Wally e Edith”, Erika ci introduce alle vicende del pittore, della sorella minore e prima modella Gerti, dell’amante e musa Wally ed infine della moglie Edith, con cui condividerà un tragico destino, le donne più importanti della sua vita. Ma in questo racconto si intrecciano le vicende di un mondo – tra il 1890 e il 1918, le date di nascita e morte di Egon Schiele- che vive profonde trasformazioni e le attraversa con la malinconica bellezza dell’arte di quegli anni, l’Art Nouveau o stile Liberty nella pittura e nell’architettura, il Decadentismo in letteratura. La società, pur vivendo il lusso della Belle Époque, avvertiva l’imminente fine di un’era. La Prima Guerra mondiale era alle porte, l’ultimo periodo del conflitto si legò anche ad una pandemia devastante, quella dell’influenza spagnola: vittime umane e politiche, fine dei grandi imperi come l’Austro-Ungarico e l’Ottomano ed inizio di una fase storica completamente diversa. Le personalità di rilievo di quel periodo sono molteplici ed in tutti i campi, arte, letteratura, scienza, la nascente psicanalisi.

Il film esplora, attraverso gli interventi di esperti di varie materie, la complessità del personaggio e del contesto in cui vive, dandoci risposte e sollevando ulteriori curiosità: se gli studiosi d’arte ci fanno entrare nella poetica delle opere di Schiele, la filosofa Maddalena Mazzocut-Mis e la psicanalista Micaela Riboldi, ci portano “oltre”, nelle pieghe dell’anima di Schiele, dei suoi traumi e della sua visione di vita, la “corsa folle” di un giovane che in ventotto anni dipinse circa 400 quadri e disegnò migliaia di opere su carta. Padre, madre, amore, morte, sessualità: un artista in continua ed implacabile analisi di sé stesso, inquieto, naturalmente anticonformista, la sua opera è pervasa di domande e contraddizioni che lo rendono ancora contemporaneo e amato. Indissolubilmente uniti nella pittura di Schiele, i temi personali ed interiori si fondono con l’osservazione della realtà che lo circonda, il paese natale Krumau prima, Vienna poi.

Krumau, l’attuale Český Krumlov, è il luogo chiave nella formazione del pittore, racchiusa nelle curve della Moldava e ricca di architetture medievali. Sarà rappresentata in diverse opere sempre vista dall’alto, come dagli occhi di un uccello in volo. Lo “sguardo dall’alto” diventerà il tratto distintivo dell’arte di Schiele: da questa prospettiva insolita l’artista cattura l’anima del luogo e altrettanto farà con le figure umane; questo punto di vista originale simboleggia il suo bisogno di verità, cercata penetrando nei corpi come nei luoghi, stimolando l’osservatore ad interrogarsi su quanto vede. La tecnica del pittore è un misto di disegno, pennellate, colore e tratti neri che diviene immediatamente riconoscibile, l’espressività dei volti e dei corpi contorti e segnati è unica. Ci leggiamo l’abbandono del bello a volte etereo tratteggiato dall’art nouveau a favore dell’avanguardia espressionista.

Egon bambino vive il trauma della perdita del padre a causa della sifilide, una malattia a trasmissione sessuale, conseguenza di esperienze extraconiugali. Questo vissuto è una delle radici della sua modalità espressiva che lo porterà ad interrogarsi sull’ambiguità tra privato e pubblico, su cosa sia accettabile dalla società e cosa no, diviso tra il voler essere pienamente sé stesso e il sentirsi sbagliato.

La madre di Schiele, andata sposa giovanissima e rimasta prematuramente vedova, non capirà mai il figlio che pertanto si allontanerà per anni dalla famiglia. Un dipinto del 1914 “La madre cieca” è un capolavoro psicanalitico: la donna allatta il bambino ma la sua cecità affettiva e interiore la mostra assolutamente distaccata dal figlio. Schiele dipinge il desiderio inconscio di ritorno all’origine e di ritrovare sé stessi nella prima immagine che abbiamo di noi, ovvero quella che leggiamo negli occhi di nostra madre: accettati o respinti, belli o per sempre brutti. La psicanalisi si pone in quegli anni gli interrogativi alla base delle sofferenze interiori dell’uomo. “La madre morta” del 1910 simboleggia questa tematica, il film sottolinea la drammaticità della rappresentazione: un bimbo vivo, vediamo il suo occhio spalancato, avvolto in un drappo nero, stretto alla madre livida, ormai morta. Il neonato ha le mani aperte quasi a crearsi uno spazio vitale all’interno delle fasce, la pelle è di un colore caldo e acceso, sembra dirci “…ma io sono vivo!”. La madre di Egon era anaffettiva e provata dai lutti familiari: Egon bambino vivrà il lutto della privazione dell’essenziale amore materno.

La sorella minore Gerti, ribelle come lui, gli è complice e lo asseconda nei primi tentativi pittorici: diventa la sua piccola musa ritratta anche nuda e nelle pose che poi Schiele rielaborerà in opere successive. Egon ritrasse spesso modelle, anche adolescenti, seminude o nude. In queste donne a volte risalta una sfrontata consapevolezza della propria sensualità, altre volte sembra che egli ne abbia messo a nudo l’intima fragilità. Quale migliore esempio di tabù dell’epoca, ma ancora di oggi, dell’esplicita sessualità femminile? Eppure, nei primi filmini d’epoca si assiste a scene di nudo, di sessualità di gruppo, sembra che le persone siano realmente disinibite; invece, c’è ancora una spaccatura tra il perbenismo ostentato in pubblico e la vita vissuta lontano da occhi indiscreti. Perciò Schiele ebbe problemi e fu addirittura arrestato a causa di una falsa denuncia per corruzione di minore ed incarcerato, sebbene ritenuto innocente. I suoi disegni furono giudicati “illustrazioni pornografiche facilmente accessibili agli occhi degli adolescenti”. L’esperienza del carcere lo segnò, a chi lo accusava rispose che “Nessuna opera d’arte erotica è una porcheria, quand’è artisticamente rilevante, diventa una porcheria solo tramite l’osservatore, se costui è un porco.” La bellezza è negli occhi di chi guarda, ma anche la malizia. Schiele provò a strappare il velo dell’ipocrisia con la sua arte.

Nel film vediamo le tante immagini di eros, coppie nude abbracciate, dipinte da Schiele, ma leggiamo la dicotomia Eros-Thanatos anche negli amplessi degli amanti, come “L’abbraccio” del 1917, dove i soggetti rappresentati sono avvinghiati fisicamente, ma non sembrano superare la solitudine interiore o comunque sono consapevoli di un inevitabile distacco. Così accadde realmente nella sua vita: il rapporto con Wally, appena sedicenne e già modella per Klimt, durò alcuni anni, fu intenso e appassionato. Wally per Egon fu musa, consigliera, modella, ne condivise gli umori, ne rappresentò angosce e fantasie, tra Vienna dove si erano conosciuti e Krumau. Nel 1915 Schiele, poco prima di essere chiamato alle armi, decise di troncare la relazione ormai scolorita con Wally e in poco tempo sposò Edith Harms, di famiglia borghese e completamente diversa dalla compagna precedente, come appare chiaramente nei quadri dove sono ritratte: tanto maliziosa e impudente Wally, quanto timida Edith. Nei ritratti gli sguardi delle due donne squarciano lo spazio fra opera e osservatore e ci entrano dritti nell’anima, ognuna con le sue caratteristiche. Con Edith non ci fu mai l’intimità avuta con Wally, ma quest’ultimo rapporto del pittore lo rappresenta probabilmente com’era divenuto in quegli anni. Il triangolo amoroso fu tragico, Wally profondamente delusa, andò al fronte come crocerossina e lì morì nel 1917. Edith, convinta che un figlio l’avrebbe aiutata a vivere il difficile rapporto con Egon, nel 1918, incinta di qualche mese, si ammalò gravemente di spagnola e morì. La malattia contagiò anche l’artista che sopravvisse solo tre giorni di più. Il dipinto “La famiglia” del 1918 quando Edith ed Egon immaginavano di diventare una famiglia, letto a posteriori appare tristemente premonitore di un finale diverso. Nelle tre figure accovacciate, una a comprendere l’altra concentricamente, traspare malinconia e non gioia. I corpi sono tesi e stanchi, gli sguardi persi nel vuoto. Un’istantanea che ritrae tre fantasmi.

Oltre alle donne della sua vita il film ci racconta l’idillio del pittore per la fervente e stimolante Vienna del suo tempo dove conobbe, tra gli altri, il grande contemporaneo Klimt. Gli autori della pellicola però non menzionano questa conoscenza, invece ci propongono un incontro spirituale tra due anime tormentate e simili che mai avvenne nella realtà: quello tra Schiele e Franz Kafka, vissuto a Praga. Il 1910 vide il passaggio della Cometa di Halley sul cielo d’Europa, un evento astronomico epocale, foriero anche di crisi di panico e oscuri presagi. Kafka ne parla nel suo diario. Le esistenze dei due artisti probabilmente si sono sfiorate, senza che si siano mai incontrate di persona, unite da interiorità affini che guardavano lo stesso cielo, vivevano la stessa storia. Lo sguardo inquieto, le stesse ferite emotive, smarrimento e angoscia per l’esistenza e la sofferta conflittualità genitori/figli che entrambi vissero, (che dire della straziante “Lettera al padre” che Kafka scrisse per il proprio genitore giudicante e autoritario), tanti sentimenti li uniscono. La loro inquieta sofferenza è perfettamente veicolata dalle opere, pittoriche di uno e letterarie dell’altro e ci arriva intatta.

Il film “Tabù. Egon Schiele” parla d’arte facendo arte, grazie agli inserti di testi e considerazioni originali che ci invitano a riflettere sull’artista e sul suo lascito di idee e visioni, ma anche sulla nostra interiorità e su cosa ci emoziona e perché. Ma anche sull’incapacità dell’uomo contemporaneo di superare i tabù esistenti che risalgono a proibizioni sociali, culturali, religiose che, anche se hanno perso la loro ragion d’essere in una società evoluta, sono ancora di ostacolo nei rapporti tra persone e tra popoli e addirittura vengono strumentalizzati a livello religioso e politico per esasperare le differenze e creare diffidenza.

Per il 2026, la stagione di Nexo Studios La Grande Arte al Cinema è distribuita in esclusiva per l’Italia con i media partner Radio Capital, Sky Arte, MYmovies, e in collaborazione con Abbonamento Musei.

Isa Maiullari

Riceviamo e pubblichiamo

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