I 14 miliardi che l’Italia ha ottenuto da Bruxelles sul fronte della crisi energetica, assieme alla rivoluzione Ue sui rimpatri, rappresentano un uno-due che il governo di Giorgia Meloni può rivendicare come una vittoria a tutto tondo della «via italiana» in Europa. Un percorso, e questa è la differenza fondamentale con il vecchio asse franco-tedesco che ha influenzato per troppi anni le politiche della Commissione, concepito nell’interesse specifico degli europei. La flessibilità sugli investimenti nell’energia, così come la “rivoluzione della severità” nella difesa dei confini, non rappresentano, insomma, un’esclusiva per l’Italia: si tratta di una nuova rotta che supera le “colonne d’Ercole” – alias le rigidità – della Commissione.
Il metodo Meloni, in fondo, è proprio questo: saper inquadrare razionalmente la questione nazionale all’interno della difesa e dell’affermazione di un’intera civiltà – quella europea ed occidentale – alle prese con problemi esistenziali (e potenzialmente esiziali) che vanno necessariamente affrontati in una logica di sistema. La visione comunitaria della premier italiana è figlia proprio dell’europeismo nazionale, quello mutuato dai Trattati di Roma. Si collabora liberamente sui grandi temi – energia, sicurezza, competitività – che gli Stati, da soli, non riescono ad affrontare al meglio.
La premier italiana lo ha fatto senza dimenticare di sollecitare, nemmeno per un giorno, i vertici Ue sulle responsabilità richieste per affrontare la “tempesta perfetta”. Da questo punto di vista la serietà mostrata dall’Italia sui conti pubblici, e più in generale sugli impegni presi con l’Europa e con la Nato, non ha soltanto riscattato l’immagine (e il debito) di una Nazione considerata il ventre molle della spesa senza costrutto. Ha rappresentato la chiave che ha permesso di disinnescare il riflesso condizionato dei rigoristi come il solito commissario Valdis Dombrovskis: quello per cui la clausola generale di salvaguardia era attivabile «solo in caso di grave recessione nell’Ue».
Per intere stagioni siamo stati abituati al fatto che Francia e Germania decidevano, spesso per se stessi, e gli altri in qualche modo si adattavano. Oggi non è più così. E la differenza è sostanziale: i “sovranisti” del governo Meloni ragionano con un europeismo disegnato davvero a misura dei popoli.



