L’Europa pervasa dall’onda delle estreme destre e dai rigurgiti nazi-fascisti

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L’Europa torna a fare i conti con i fantasmi della propria storia. Non sono fantasmi evocati soltanto dai libri, dai monumenti o dalle commemorazioni. Sono fantasmi che riemergono nella politica quotidiana, nei parlamenti, nelle campagne elettorali, nei linguaggi pubblici e, soprattutto, nella progressiva normalizzazione di idee che per decenni erano state considerate incompatibili con la cultura democratica nata dalle macerie della Seconda guerra mondiale. Il dato più inquietante non è soltanto la crescita elettorale delle destre radicali. È il loro ingresso nel centro del dibattito europeo, la capacità di spostare continuamente più a destra il confine di ciò che viene considerato politicamente accettabile. L’Italia offre in questi giorni una fotografia particolarmente significativa. Al Forum Ambrosetti di Cernobbio Roberto Vannacci ha rilanciato la sua idea di un’Europa da rifondare, contrapposta a quella dell’integrazione politica e dei diritti, insistendo sulla necessità di fermare il processo di integrazione e di restituire centralità alle identità nazionali. Nel confronto con Mario Monti, Vannacci ha rivendicato una visione profondamente conservatrice dell’Europa, arrivando a mettere in discussione conquiste civili che appartengono ormai alla storia democratica del continente. È proprio qui che il confronto di Cernobbio assume un significato che va oltre la singola polemica politica. Perché quando si parla di “Europa al contrario” non si sta semplicemente contestando Bruxelles, la burocrazia comunitaria o il modo in cui funziona l’Unione. Si rischia di rovesciare il significato stesso del progresso civile, trasformando i diritti conquistati in privilegi da rimettere in discussione e la pluralità delle società europee in una minaccia all’identità nazionale. È una concezione nella quale il passato diventa modello e il futuro viene dipinto come decadenza. Mario Monti, nello stesso confronto, ha reagito evocando esplicitamente il pericolo della retorica fascista e dichiarando di essere pronto a combatterla con le forze che gli restano. È un passaggio politicamente rilevante perché arriva da un ex presidente del Consiglio e da un ex presidente della Commissione europea, dunque da una figura che conosce dall’interno il processo di costruzione dell’Europa contemporanea. Il suo monito non riguarda soltanto Vannacci, ma un clima politico più ampio nel quale parole, simboli e categorie appartenenti alla tradizione dell’estrema destra vengono progressivamente ripuliti, normalizzati e riportati nel linguaggio della politica istituzionale. Il fenomeno, del resto, non è italiano. In Germania l’Alternative für Deutschland continua a consolidare una posizione di forza che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile. I sondaggi indicano livelli di consenso tali da rendere concreta la prospettiva di una sua ulteriore avanzata, mentre in alcune realtà regionali il partito è arrivato a sfiorare o superare il 40 per cento. L’AfD non è semplicemente una formazione conservatrice o euroscettica: è una forza della destra radicale che ha fatto dell’immigrazione, del nazionalismo e della revisione di alcuni cardini della memoria tedesca uno dei propri strumenti di mobilitazione. La Germania, più di ogni altro Paese europeo, dovrebbe sapere quanto sia pericoloso il processo attraverso il quale l’estremismo diventa normalità. Eppure anche lì il confine si sposta. La discussione pubblica viene trascinata sempre più frequentemente sul terreno dell’identità, dell’esclusione, della separazione tra cittadini considerati autentici e cittadini ritenuti estranei. È la vecchia logica del noi contro loro, riproposta con parole contemporanee ma con una struttura politica che l’Europa conosce fin troppo bene. In Francia il fenomeno assume altre forme ma conduce nella stessa direzione. Jordan Bardella, leader del Rassemblement National e principale esponente della nuova generazione lepenista, continua a proporre una politica di radicale restrizione dell’immigrazione. Nelle dichiarazioni più recenti ha sostenuto l’idea di costituzionalizzare lo stop all’immigrazione, collegandola alla prospettiva di una futura presidenza di Marine Le Pen. L’obiettivo dichiarato è rendere la Francia uno dei Paesi meno attrattivi per l’immigrazione. Non è un dettaglio tecnico. Portare una politica di respingimento e di chiusura dentro la Costituzione significa trasformare una scelta politica contingente in un principio permanente dell’ordinamento. Significa tentare di costituzionalizzare una concezione della cittadinanza fondata innanzitutto sull’esclusione e sulla difesa identitaria. Anche qui il tema non è soltanto l’immigrazione. Il tema è l’idea di società che si vuole costruire e, soprattutto, il limite che una democrazia dovrebbe porre alla trasformazione dei diritti fondamentali in variabili dipendenti dall’umore delle maggioranze. Poi c’è la Serbia, dove il passato non viene semplicemente ricordato: viene celebrato. La morte di Ratko Mladić, il generale serbo-bosniaco condannato all’ergastolo dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, ha riaperto una ferita che l’Europa non può permettersi di considerare chiusa. Mladić fu tra i principali responsabili della tragedia di Srebrenica, dove nel 1995 furono uccisi più di ottomila bosgnacchi, e della guerra che insanguinò la Bosnia. Il fatto che alla sua morte siano stati annunciati onori e una cerimonia di carattere statale in Serbia, mentre una parte della società continua a considerarlo un eroe nazionale, rappresenta qualcosa di più di una controversia balcanica. È la dimostrazione di quanto sia fragile la memoria europea quando la politica decide di sostituire la verità storica con il mito nazionale. Un uomo condannato per genocidio può diventare, attraverso la manipolazione della memoria, un simbolo identitario. È lo stesso meccanismo attraverso il quale i criminali della storia vengono trasformati in vittime, i carnefici in patrioti e le vittime in un ostacolo alla costruzione di una memoria nazionale condivisa. Ecco allora il filo che unisce fenomeni apparentemente diversi: l’Italia di Vannacci, la Germania dell’AfD, la Francia di Bardella e Le Pen, la Serbia che continua a confrontarsi con la mitizzazione di Mladić. Non sono realtà identiche e sarebbe un errore metterle sullo stesso piano. Ma appartengono a una stessa trasformazione europea: la crescita di una politica che fa dell’identità nazionale, della paura dell’altro, del rifiuto dell’immigrazione, della nostalgia per un ordine sociale gerarchico e della delegittimazione del pluralismo i propri strumenti fondamentali. La novità è che questa destra non ha più bisogno, nella maggior parte dei casi, di presentarsi con le uniformi e i simboli del Novecento. Ha imparato a parlare il linguaggio della democrazia mentre ne mette alla prova i limiti. Non necessariamente rifiuta le elezioni: le usa. Non necessariamente attacca frontalmente le istituzioni: cerca di conquistarle. Non sempre nega la libertà: tende piuttosto a stabilire chi debba meritarla, chi debba essere incluso, chi debba essere escluso e quali diritti possano essere considerati davvero universali. È questo il punto sul quale l’Europa dovrebbe interrogarsi. La democrazia non consiste soltanto nella possibilità di votare. È anche il riconoscimento di limiti che nessuna maggioranza dovrebbe poter cancellare, a cominciare dalla dignità della persona, dall’uguaglianza davanti alla legge, dalla libertà religiosa e politica, dai diritti delle minoranze, dal diritto d’asilo e dal rifiuto di ogni forma di discriminazione fondata sull’origine. L’onda delle estreme destre cresce anche perché le democrazie europee sono attraversate da paure reali: insicurezza economica, crisi demografica, guerre alle porte, immigrazione, trasformazioni culturali, perdita di potere d’acquisto, sfiducia verso le istituzioni. Ignorare queste paure sarebbe un errore. Ma sarebbe ancora più grave consegnarle a chi propone come soluzione il ritorno al nazionalismo, la chiusura delle frontiere, la cancellazione delle differenze e la nostalgia di un passato idealizzato. L’Europa nacque, dopo il 1945, proprio dalla consapevolezza che il nazionalismo esasperato, il razzismo e la subordinazione dei diritti all’identità nazionale avevano condotto il continente alla catastrofe. Oggi quella lezione sembra perdere forza. Non perché il fascismo e il nazismo siano tornati nelle stesse forme storiche, ma perché alcune delle idee che li alimentarono vengono nuovamente sdoganate, adattate al linguaggio contemporaneo e presentate come semplice difesa del buon senso. È questa normalizzazione il vero pericolo. Non l’esistenza di partiti radicali, che in una democrazia possono essere combattuti politicamente e democraticamente, ma l’abitudine a considerarne ogni parola come una provocazione passeggera, fino a quando ciò che ieri appariva intollerabile diventa oggi una proposta discussa nei salotti televisivi, nei parlamenti e nei grandi forum economici. L’Europa non può permettersi di scoprire ancora una volta troppo tardi dove conduce la politica dell’esclusione. Non può trasformare la memoria di Srebrenica in una semplice pagina di storia, né assistere con indifferenza alla crescita di movimenti che relativizzano il nazismo, alimentano il nazionalismo aggressivo o mettono in discussione diritti conquistati dopo decenni di battaglie civili. Il problema, dunque, non è soltanto fermare questa destra alle urne. È ricostruire una cultura democratica capace di rispondere alle paure senza trasformarle in odio, di governare l’immigrazione senza disumanizzare i migranti, di difendere le identità senza trasformarle in strumenti di esclusione e di difendere l’Europa senza ridurla a una fortezza. Perché il rischio non è che l’Europa torni semplicemente al passato. Il rischio più concreto è che dimentichi perché quel passato è stato sconfitto.

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