Ombre e paure per l’autunno e il prossimo annoL’estate sta finendo e, dietro la consueta retorica del ritorno alla normalità, l’Italia si prepara ad affrontare un autunno che rischia di essere molto meno tranquillo di quanto la politica lasci intendere. Il problema non è soltanto il quadro internazionale, già gravido di tensioni e di incognite, ma soprattutto la condizione concreta di milioni di famiglie che ogni giorno devono fare i conti con un costo della vita sempre più difficile da sostenere. Al supermercato, alla pompa di benzina, nelle bollette di luce e gas, il conto continua a salire e il potere d’acquisto si restringe. Le stime diffuse nelle ultime settimane indicano nuovi aumenti per carburanti ed energia e una possibile nuova pressione sui bilanci familiari proprio nei mesi del rientro dalle vacanze. È questa la prima grande questione con la quale il Paese dovrebbe misurarsi. Perché dietro i numeri dell’inflazione ci sono persone che rinunciano a una spesa, rimandano una bolletta, riducono i consumi, fanno attenzione a ogni euro. Ci sono pensionati, lavoratori dipendenti, famiglie monoreddito, giovani precari e piccoli imprenditori per i quali ogni aumento diventa una tassa aggiuntiva sulla vita quotidiana. E quando il prezzo del carburante aumenta, non aumenta soltanto il costo di un pieno: aumentano i costi del trasporto, della produzione, della distribuzione e, alla fine, dei prodotti che finiscono sul tavolo degli italiani. Il caro energia torna così a trasformarsi in caro vita. Di fronte a questa situazione, la domanda dovrebbe essere semplice: che cosa intende fare la politica? La risposta, almeno osservando il dibattito pubblico di queste settimane, appare assai meno semplice. Il governo si prepara a celebrare il 4 settembre a Bari il traguardo del suo primato di longevità: dal punto di vista formale, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni supererà il precedente record del secondo governo Berlusconi, diventando il più longevo della storia repubblicana. Un risultato politico indiscutibile sul piano della durata, che la maggioranza intende naturalmente valorizzare. Ma la durata di un governo non coincide automaticamente con la qualità della sua azione. Un esecutivo può restare in carica a lungo e, nello stesso tempo, trovarsi davanti a problemi sociali che non aspettano le celebrazioni, i palchi e le fotografie di rito. Il rischio è che il record istituzionale diventi una narrazione autoreferenziale, mentre fuori dai palazzi una parte crescente del Paese continua a chiedersi come arrivare alla fine del mese. La stabilità, da sola, non riempie il carrello della spesa e non riduce una bolletta. La maggioranza, peraltro, non sembra immune dalle proprie contraddizioni. La nuova legge elettorale è diventata uno dei terreni sui quali emergono differenze e tensioni tra gli alleati. La discussione sulle regole del voto, sulle preferenze, sui meccanismi di assegnazione dei seggi e sugli equilibri futuri non è una questione tecnica, ma riguarda direttamente la possibilità per i partiti di controllare il proprio destino politico. E mentre il governo cerca di mostrarsi compatto, le divergenze interne ricordano che anche una maggioranza apparentemente solida deve fare i conti con interessi diversi e con la prospettiva delle elezioni. Dall’altra parte non si vede, almeno per ora, un’alternativa capace di trasmettere maggiore fiducia. Il cosiddetto Campo largo continua a discutere di se stesso. Il nodo delle primarie è diventato quasi una questione esistenziale: farle oppure no, con quali regole, con quali candidati, prima o dopo la definizione del programma. Giuseppe Conte ed Elly Schlein restano al centro di una partita nella quale le differenze strategiche e politiche rischiano di pesare più della volontà di costruire una coalizione credibile. È difficile non rilevare una sproporzione tra la dimensione dei problemi del Paese e la natura del dibattito politico. Mentre milioni di italiani sono preoccupati per il costo della vita, la politica discute di leadership, candidature, formule elettorali e primarie. Sono temi importanti, soprattutto in vista delle prossime elezioni, ma diventano politicamente sterili se non vengono collegati a una visione concreta del futuro. Un elettore può anche chiedersi chi guiderà una coalizione, ma prima ancora vuole sapere come quella coalizione intenda affrontare il costo della casa, dei trasporti, dell’energia, della spesa e dei servizi essenziali. Il dato sociale non può essere ignorato. Più di sei milioni di italiani, secondo le diverse rilevazioni sulla condizione economica delle famiglie, vivono in una situazione di forte difficoltà e una parte consistente della popolazione fatica ad arrivare a fine mese. Il punto non è soltanto stabilire se l’economia cresca qualche decimale in più o in meno, ma capire come quella crescita venga distribuita e quale sia la percezione reale delle famiglie. Perché un Paese può anche esibire indicatori macroeconomici relativamente positivi e, nello stesso tempo, avere cittadini che avvertono un progressivo impoverimento. Poi c’è l’Europa. E qui le ombre diventano ancora più lunghe. La guerra in Ucraina continua a rappresentare il principale fattore di instabilità sul continente e il rapporto tra Russia e Paesi europei rimane segnato da una tensione che non può essere sottovalutata. Le minacce, le ritorsioni, la guerra ibrida, il rafforzamento militare e il confronto sulla sicurezza europea alimentano uno scenario nel quale la possibilità di un allargamento del conflitto non può essere liquidata come una semplice fantasia. L’Unione europea continua a sostenere l’Ucraina e a mantenere le sanzioni contro Mosca, ma il quadro geopolitico resta estremamente fragile. Dire che l’Europa sia alla vigilia di una guerra con la Russia sarebbe però irresponsabile se presentato come una certezza. Esiste piuttosto un rischio geopolitico crescente, dentro una situazione nella quale gli equilibri internazionali sono diventati più instabili e le conseguenze di ogni escalation possono essere imprevedibili. Per l’Italia questo significa anche una possibile ulteriore pressione sui prezzi dell’energia e sulle materie prime, oltre alla necessità di confrontarsi con scelte di politica estera e di difesa sempre più delicate. Ecco perché l’autunno che comincia non dovrebbe essere affrontato con l’ottimismo di maniera delle celebrazioni politiche. L’Italia ha bisogno di una politica capace di guardare oltre il prossimo sondaggio e oltre il prossimo congresso. La maggioranza deve dimostrare che la stabilità di cui rivendica il merito può tradursi in risposte concrete alla fragilità sociale. L’opposizione deve dimostrare di essere qualcosa di più della somma delle proprie discussioni interne e deve spiegare agli italiani non soltanto chi vuole guidarla, ma soprattutto dove vuole portare il Paese. Il 4 settembre ci sarà una festa a Bari per celebrare la longevità del governo Meloni. È legittimo festeggiare un primato politico. Ma fuori dalla festa continuerà a esserci un’Italia alle prese con il caro vita, con le bollette, con il carburante, con l’incertezza economica e con la paura per ciò che potrebbe accadere in Europa. Sarà questa, alla fine, la vera prova dell’autunno: capire se la politica saprà occuparsi della vita reale prima che la distanza tra cittadini e istituzioni diventi ancora più profonda. L’estate sta finendo, dunque. Ma il problema non è che finisca l’estate. Il problema è ciò che potrebbe cominciare dopo. Un autunno di sacrifici per le famiglie, di tensioni politiche e di inquietudine internazionale sarebbe una combinazione pericolosa. E il prossimo anno, con le elezioni sempre più vicine e un quadro europeo ancora incerto, potrebbe essere ancora più complicato. In questo scenario l’Italia non ha bisogno di una politica che faccia finta che tutto vada bene. Ha bisogno di una politica che abbia il coraggio di riconoscere ciò che non va, di spiegare come intende cambiarlo e, soprattutto, di restituire ai cittadini una ragione concreta per guardare al futuro con meno paura
L’estate sta finendo.
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