L’anima oltre il mito, il mio viaggio intimo nel sogno di Marilyn

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Entrare al Teatro Porta Portese di Roma nella sera del 3 giugno 2026 alle ore 21.00 significa per me salire su una specie di macchina del tempo emotiva. Mi trovo nel cuore della città per assistere alla prima delle due date romane di Hollywood – La Fabbrica dei Sogni: Marilyn Monroe, uno spettacolo in cartellone il 3 e 4 giugno che mi tocca profondamente fin dalle prime battute. Tutto nasce da un progetto artistico molto bello e delicato, ideato, diretto e interpretato da Natalia Simonova, che sceglie di raccontare la Hollywood classica attraverso la vita di tre donne straordinarie che lasciano un segno indelebile nel mondo.

Questo percorso unisce tre figure femminili importantissime. Prima c’è Greta Garbo, la stella svedese con il suo fascino misterioso che sceglie il silenzio e il ritiro dalle scene per difendere la sua riservatezza. Poi c’è Marlene Dietrich, l’attrice coraggiosa e anticonformista che sfida le convenzioni dell’epoca con la sua forte personalità e una presenza magnetica. Infine arriviamo a Marilyn Monroe, che rappresenta la parte più fragile e umana di questa trilogia.

Mentre seguo lo spettacolo, mi accorgo con stupore di come Natalia Simonova riesca a immedesimarsi bene nel personaggio. Evita del tutto la trappola della semplice imitazione, portando sul palco una sensibilità vera. Da spettatrice faccio un vero e proprio tuffo nell’epoca d’oro del cinema, in quel tempo in cui Hollywood costruisce sogni e glamour per il pubblico ma spesso nasconde le sofferenze delle persone che ne fanno parte.

La storia ripercorre la vita di Marilyn partendo proprio dalla sua infanzia difficile come Norma Jeane Baker, una bambina che cresce tra famiglie affidatarie e sperimenta il dolore per via dei problemi mentali della madre Gladys. Questa iniziale mancanza d’amore segna tutta la sua esistenza e si riflette anche nei legami con gli uomini più importanti della sua vita. Vediamo scorrere i suoi amori, come il campione di baseball Joe DiMaggio che cerca di proteggerla a modo suo, il drammaturgo Arthur Miller con cui condivide un legame complesso e tormentato, fino ad arrivare ai fratelli John e Robert Kennedy, legati al mondo del potere.

Lo spettacolo è curato nei minimi dettagli e viene accompagnato sullo sfondo dalle proiezioni di foto bellissime dell’attrice, che dialogano con i movimenti sul palco. Un dettaglio che noto con piacere riguarda i costumi, infatti la Simonova cambia abito per ogni periodo della vita di Marilyn, e questa scelta scandisce i passaggi del tempo in modo chiaro e molto delicato.

Tutta l’atmosfera è supportata da musiche che aiutano a immergersi nel clima dell’epoca. Ci sono i momenti musicali curati dal vivo dalla bravissima violinista Anastasia, che sottolinea i passaggi più toccanti, e la stessa Simonova ci regala alcuni brani cantati dal vivo che arricchiscono l’interpretazione e danno un tocco di realismo in più.

Scavando nella storia di questa donna emerge l’aspetto più intimo e meno noto, ovvero il contrasto tra l’immagine della diva ammirata da tutti e il suo profondo bisogno di essere semplicemente amata per quella che è. Le sue riflessioni più vere mostrano il desiderio profondo di ritrovare quell’affetto familiare che le è sempre mancato, un concetto riassunto bene anche dalla frase presente sulla locandina dello spettacolo, dove si legge che ha avuto la celebrità ma non la sua vita.

Alla fine resta la consapevolezza che Marilyn Monroe non è soltanto un volto del cinema, ma rimane una persona che attraversa il successo con una grandissima delicatezza, lasciando al mondo il ricordo di un sorriso splendido che nasconde l’anima autentica e per sempre bambina di Norma Jeane.

Valentina Nasso

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