Al Teatro Vascello, La vegetariana tratto dal romanzo di Han Kang diventa molto più di un adattamento teatrale: è un’esperienza sensoriale che s’incunea nelle crepe della normalità e nelle forme invisibili della violenza quotidiana.
Il lavoro straordinario della protagonista Monica Piseddu, molto giusta nel suo ruolo, non riesce però a compensare del tutto l’oggettiva difficoltà di rendere sul palco quell’atmosfera asfissiante e opprimente contro cui Yeong-he si ribella nel romanzo di Han Kang. Ed è forse proprio qui che si misura la sfida più grande di questo adattamento: tradurre teatralmente una tensione interiore fatta di silenzi, sottrazioni e progressiva estraneità al mondo.

La regia di Daria Deflorian sceglie intelligentemente di non “spiegare” il testo, ma di abitarne l’inquietudine, costruendo uno spettacolo rarefatto, a tratti quasi claustrofobico. Proprio per questo, forse, la scelta della regista di riservare per sé il ruolo della sorella della protagonista finisce per creare una dissonanza scenica: l’ampio scarto anagrafico percepibile tra le due attrici altera, infatti, quella vicinanza quasi speculare che nel romanzo costituisce uno degli elementi più perturbanti del rapporto tra Yeong-he e In-hye.
Resta però inevitabilmente il senso di una perdita. Un libro così dolorosamente pungente e denso di parole e atmosfere sottili, capaci di cesellare un’atmosfera unica di oppressione sul femminile, può essere restituito dal teatro soltanto in minima parte. Nella scrittura di Han Kang la violenza è profonda, viscosa, continuamente insinuata nelle relazioni, nei gesti, nei silenzi; sulla scena, invece, questa stratificazione finisce inevitabilmente per disfarsi. È forse il limite ovvio — ma anche il rischio — di ogni riduzione teatrale di un’opera tanto interiore e linguistica.

Ho trovato particolarmente interessante la soluzione adottata per il capitolo narrato dal cognato di Yeong-he, incentrato sulla cosiddetta “macchia mongolica”, elemento corporeo e simbolico fondamentale nel romanzo. Per uno spettatore che non conosca il testo, forse sarebbe stato utile contestualizzarne maggiormente il significato e la rilevanza narrativa; tuttavia, la resa scenica della macchia e della successiva pittura naturalistica è una delle intuizioni più riuscite dello spettacolo. In quel momento il teatro trova finalmente un linguaggio visivo autonomo, potente e perturbante, che restituisce qualcosa della sensualità e dell’ossessione presenti nel libro. Ed è ancora una volta Monica Piseddu, con una performance di grande rigore fisico ed emotivo, a sostenere il peso di questa trasformazione scenica.
Uno spettacolo comunque intenso e coraggioso, che però non riesce davvero ad attrarre il pubblico dentro la narrazione, non nella misura in cui il libro riesce invece a fare in modo così profondo e magistrale.
Non mi dispiace, comunque, aver dedicato la serata a vedere questo spettacolo, che mi fa apprezzare il coraggio del gruppo artistico e, allo stesso tempo, mi fa amare ancor di più il testo.

Alice Usai



