Non sapeva quale sarebbe stato il format delle dichiarazioni alla stampa, era però pronta a tutto Giorgia Meloni, conscia che l’argomento da trattare in questa giornata campale sarebbe stato quello della sicurezza e della difesa dell’Ucraina, se mai si arriverà ad un trilaterale per avviare il percorso di pace. E dunque, al grande tavolo che la vedeva a sinistra di Donald Trump, mentre alle destra del presidente Usa sedeva Emmanuel Macron, il suo grande alleato-avversario per la leadership o comunque il posto che conta fra i grandi d’Europa, ha esposto la sua linea.
La premier italiana, a differenza del presidente francese ma anche del cancelliere tedesco che hanno chiesto il «cessate il fuoco» e forze militari importanti per difendere Kiev, ha colto la palla al balzo per far valere il suo ruolo di mediatrice – che rivendica – tra Europa e Usa. Prima, come tutti gli altri, ha accolto con piacere i complimenti di Trump: «Meloni è una grande leader – le sue parole – è una grande fonte di ispirazione. È molto giovane ma è in carica da molti anni, e altri non sono durati quanto lei». Poi, quando il padrone le ha dato la parola dopo Rutte, Von Der Leyen e Merz, ha scelto di rivendicare la posizione italiana in modo molto forte.
Meloni, su quale fosse stato l’esito del colloquio tra Trump e Zelensky, ha detto: «Grazie per averci qui oggi, in questo incontro così importante: è una nuova fase dopo tre anni e mezzo senza alcun segno di volontà da parte della Russia. Qualcosa sta cambiando grazie a lei presidente, ma anche grazie al campo di battaglia, per la forza dell’esercito ucraino e per il nostro supporto».
Non arriva Meloni ad auspicare, come fa Macron, che non ci sia un mero trilaterale tra Trump, Putin e Zelensky ma un «quadrilaterale», che veda anche l’Europa protagonista: «Se vogliamo garantire giustizia, dobbiamo farlo insieme. E lei presidente può contare sull’Italia , siamo dalla parte dell’Ucraina, siamo per garanzie di sicurezza per Kiev, prerequisito per ogni pace. Partiamo da una proposta di una sorta di articolo 5 (del trattato di Washington, che permette l’intervento della Nato a difesa di un paese attaccato anche se non appartenente all’alleanza, ndr): è una nostra proposta, e noi siamo sempre contenti di portare proposte per la pace e la sicurezza dei cittadini». E’ quindi un ruolo pacato, di trattativista ad oltranza, di elemento stabilizzante nel delicatissimo rapporto tra Europa, America, Ucraina e Mosca quello che Meloni cerca di ritagliarsi, ben sapendo che non è possibile in questa fase dire tutto quello che pensa: che il protagonismo di Macron legato alla sua «volontà di affermare una leadership» è pericoloso, che Trump può cambiare idea da un momento all’altro facendo saltare in aria il castello di carte degli equilibri mondiali se si infuria, che un paese come il nostro ha difficoltà ad inviare un contingente militare se non in azioni di peacekeeping, perché gli italiani non reggerebbero morti tra i propri figli.
Detto che la premier non dà un grande peso alle call dove troppi Paesi partecipano senza arrivare a una conclusione se non quella, commentano i suoi, di accontentare Macron che vuole dimostrare «di essere lui il vero leader dell’Europa», in una nota Meloni scrive che nella discussione «è stata ribadita l’importanza di continuare a lavorare con gli Stati Uniti per porre fine al conflitto e raggiungere una pace che assicuri la sovranità e la sicurezza dell’Ucraina, che dovrà essere coinvolta in ogni decisione». In più «la discussione ha confermato la necessità di mantenere la pressione collettiva sulla Russia e di solide e credibili garanzie di sicurezza».
Meloni ha ribattuto: «La Russia ha un milione e trecentomila soldati: quanti dovremmo mandarne noi per essere all’altezza del compito?». E ancora: «Se uno dei nostri soldati dovesse morire, faremmo finta di niente o dovremmo reagire? Perché se reagiamo è ovvio che dovrà farlo la Nato. E allora tanto vale attivare subito la clausola».
L’idea sembra interessare sia Zelensky che Trump, meno Macron che non gradisce la posizione italiana, in uno scontro di posizionamenti che va avanti da tempo. Sarà un passaggio cruciale, il primo di altri nodi «estremamente complessi», come dice la premier: l’adozione del russo come lingua ufficiale, i territori che Putin pretende, il cessate il fuoco. Ma preventiva è la questione della sicurezza: cosa può portare a casa Zelensky per cedere ad alcune condizioni dei russi, e spiegare ai suoi compatrioti che «morire è servito a qualcosa?». Una difesa automatica, è convinta la premier, sarebbe «un risultato concreto, solido» per lui.



