La Germania oltre il Muro: quando il passato torna a bussare

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La caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989, non segnò soltanto la fine della divisione della Germania e l’inizio della riunificazione. Segnò, soprattutto, il crollo di un ordine politico e ideologico che per quasi mezzo secolo aveva separato l’Europa in due blocchi contrapposti. La Germania tornò a essere uno Stato unitario, la principale potenza economica del continente e, progressivamente, uno dei pilastri politici dell’Unione europea. Ma se lo Stato è stato riunificato, la società tedesca non ha mai cancellato del tutto le fratture prodotte da quarant’anni di divisione. La distanza tra Est e Ovest, economica, sociale, culturale e psicologica, è rimasta più profonda di quanto la retorica della riunificazione lasciasse immaginare. È dentro questa frattura che deve essere letta anche l’affermazione dell’Alternative für Deutschland, l’AfD, nei Länder orientali e in particolare in Sassonia. Il fenomeno non può essere liquidato come un semplice episodio elettorale, né può essere spiegato soltanto attraverso la protesta contro i partiti tradizionali. Dietro il voto di una parte crescente dell’Est tedesco ci sono il risentimento verso le élite, la percezione di essere rimasti ai margini dei benefici della riunificazione, la paura per l’immigrazione, la sfiducia verso le istituzioni e una crescente insofferenza verso l’establishment politico di Berlino e Bruxelles. L’AfD ha saputo trasformare questi sentimenti in una proposta politica identitaria e nazionalista, presentandosi come interprete di una Germania che considera se stessa trascurata, minacciata e privata di una parte della propria sovranità. Il dato più inquietante non è però soltanto la forza raggiunta dall’estrema destra. È il fatto che essa abbia trovato un terreno fertile proprio nella Germania, il Paese europeo che più di ogni altro ha costruito la propria identità democratica sul rifiuto del nazionalismo aggressivo e sulla memoria delle conseguenze del nazismo. La storia tedesca non è un capitolo chiuso. È una responsabilità permanente. E quando movimenti politici che mettono in discussione alcuni dei fondamentali equilibri liberali, europeisti e pluralisti del dopoguerra conquistano consensi significativi, il problema non riguarda soltanto la Germania. Riguarda l’intera Europa. La Sassonia rappresenta, da questo punto di vista, un campanello d’allarme. È uno dei territori nei quali il voto all’AfD ha assunto una dimensione particolarmente forte, mostrando quanto sia ormai profonda la capacità del partito di penetrare nel sistema politico dell’Est. Non si tratta di sostenere che la Germania stia tornando al nazismo. Sarebbe una semplificazione storica e politica, oltre che un errore di analisi. La Germania democratica di oggi è incomparabilmente diversa dalla Repubblica di Weimar e dalla società che rese possibile l’ascesa di Hitler. Esistono istituzioni solide, una Costituzione robusta, una cultura democratica radicata, una società civile attiva e una memoria storica che costituisce ancora un argine importante. Ma proprio per questo sarebbe altrettanto sbagliato ignorare i segnali di deterioramento del consenso democratico. Le democrazie non crollano necessariamente in un giorno. Più spesso si indeboliscono attraverso una progressiva assuefazione alla radicalizzazione del linguaggio politico, alla delegittimazione delle istituzioni, alla trasformazione dell’avversario in nemico e alla convinzione che le regole democratiche siano un ostacolo da aggirare quando non producono il risultato desiderato. Il problema tedesco, dunque, non è soltanto l’AfD. È la crisi di fiducia che permette all’AfD di crescere. È la difficoltà dei partiti tradizionali di interpretare una società trasformata dalla globalizzazione, dall’immigrazione, dalla transizione energetica, dalla guerra in Ucraina, dalla competizione economica globale e dalla crisi del modello industriale che per decenni aveva garantito alla Germania prosperità e stabilità. La questione dell’Est assume in questo quadro un significato particolare. Per molti cittadini dei Länder orientali, la riunificazione non è stata vissuta soltanto come una liberazione politica. È stata anche una radicale trasformazione economica e sociale nella quale interi settori produttivi sono scomparsi, milioni di persone hanno dovuto ridefinire il proprio ruolo e una parte della popolazione ha percepito di essere diventata periferia del nuovo Stato unificato. La Germania occidentale ha portato all’Est istituzioni, capitali e infrastrutture, ma non sempre è riuscita a costruire una piena equivalenza simbolica tra cittadini della vecchia Repubblica federale e cittadini dell’ex Germania orientale. La riunificazione giuridica è stata rapidissima. Quella psicologica e sociale molto meno. A distanza di oltre trent’anni dalla caduta del Muro, quella frattura continua dunque a produrre conseguenze politiche. Ed è proprio questo il punto sul quale Berlino e l’Europa dovrebbero interrogarsi. Non basta stigmatizzare il voto estremista. Non basta definire antidemocratico chi vota per un partito radicale. Non basta nemmeno affidarsi alla memoria del passato come unico strumento di prevenzione. La memoria è indispensabile, ma non può sostituire la politica. Se una parte significativa della popolazione ritiene di non essere ascoltata, se percepisce l’immigrazione come una minaccia, se teme di perdere il proprio livello di benessere, se considera le istituzioni europee lontane e le classi dirigenti incapaci di governare il cambiamento, la risposta non può essere soltanto morale. Deve essere politica, economica e sociale. La Germania resta la maggiore economia dell’Unione europea e una delle principali potenze industriali del mondo. La sua stabilità non è una questione esclusivamente nazionale. Se Berlino entra in una fase di instabilità politica, se il consenso verso le forze radicali continua a crescere e se il sistema dei partiti diventa sempre più incapace di produrre maggioranze solide, le conseguenze si riflettono inevitabilmente sull’intera Europa. La Germania è il principale motore economico dell’Unione e uno dei suoi fondamentali punti di equilibrio. Una sua crisi politica prolungata avrebbe effetti sull’economia, sulla politica estera, sulla difesa europea e sulla capacità dell’Unione di affrontare le grandi sfide geopolitiche. Per questo la crescita dell’AfD non può essere osservata con sufficienza da Roma, Parigi, Bruxelles o dalle altre capitali europee. Il rischio non è che la storia si ripeta nella stessa forma. La storia non si ripete mai esattamente. Il rischio è che tornino, sotto forme nuove, alcuni dei meccanismi che in passato hanno prodotto conseguenze tragiche: il nazionalismo esasperato, la ricerca del capro espiatorio, il rifiuto del pluralismo, la delegittimazione dell’avversario politico, la nostalgia per un ordine perduto e la convinzione che una società complessa possa essere ricondotta a una semplice contrapposizione tra un presunto popolo autentico e un’élite accusata di averlo tradito. È qui che la Germania deve dimostrare la propria maturità democratica. Non reprimendo il dissenso, perché il dissenso appartiene alla democrazia, ma impedendo che la democrazia venga svuotata dall’interno. La lezione del Novecento non consiste nel mettere a tacere le forze radicali. Consiste nel comprendere perché una società democratica possa arrivare a concedere loro spazio e consenso. La caduta del Muro aveva alimentato l’idea che l’Europa potesse finalmente considerare superate le grandi fratture del Novecento. La Germania riunificata sembrava essere il simbolo più potente di quella promessa. Oggi quella promessa non è cancellata, ma è sottoposta a una prova severa. La vittoria dell’AfD in Sassonia e il consenso conquistato dall’estrema destra nell’Est tedesco ricordano che le democrazie non vivono soltanto delle proprie Costituzioni. Vivono della fiducia dei cittadini, della capacità delle istituzioni di rispondere alle paure reali e della possibilità di offrire un futuro credibile a chi sente di averlo perduto. Il Muro è caduto da più di trent’anni. Ma alcune delle sue conseguenze sono ancora in piedi. E il compito della politica tedesca, oggi, non è soltanto difendere ciò che è stato costruito dopo il 1989. È impedire che le fratture lasciate dalla storia diventino nuovamente terreno fertile per ideologie che l’Europa aveva imparato, a un prezzo immenso, quanto potessero essere pericolose

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