Con INTUS 2025, la Delegazione di Roma di Regione Lombardia ospita un progetto che si distingue nel panorama delle esposizioni istituzionali non per la sua portata celebrativa, ma per la sua volontà di costruire un terreno critico all’interno di un contesto solitamente estraneo a questo tipo di esercizi.
La mostra,INTUS 2025 (dal latino: dentro, all’interno) non è solo il nome di una mostra di arte contemporanea. È anche il nome della seconda edizione di un progetto nato dalla collaborazione tra Regione Lombardia e Isorropia Homegallery con l’obiettivodi promuovere e supportare i giovani artisti italiani, da sempre missionedell’associazione culturale no profit.

Ciò che emerge fin dai primi passi è che INTUS non organizza un racconto, bensì un campo di tensioni. Le ventotto opere disseminate all’interno degli spazi istituzionali non costruiscono un percorso lineare; al contrario, instaurano una pluralità di direzioni che il visitatore è chiamato a ricomporre.
La scelta curatoriale non è centripeta — non tende a un centro interpretativo — bensì centrifuga: invita all’attraversamento, alla dispersione, alla ricerca.È questa struttura aperta che permette ai cinque artisti di conservare intatta la propria autonomia linguistica pur contribuendo a un terreno critico comune: quello della materia come veicolo di interiorità.Nel lavoro di Renato Calaj la materia è una superficie instabile, attraversata dal tempo. La bomboletta spray, strumento di un immaginario urbano codificato, viene ripensata come una matrice di dissoluzione.

Le sue tracce, più che affermarsi, si consumano. L’immagine non è il risultato, ma il residuo di un processo. In questa prospettiva, Calaj non lavora sull’atto, ma sull’affievolirsi dell’atto: la forma si presenta come un campo energetico che vibra tra apparizione e sparizione.Con Alessio Deli, la materia si fa testimonianza, memoria stratificata che dialoga con la storia della scultura mediterranea.

Non è un omaggio, né un recupero nostalgico: è un tentativo di misurare la distanza, a volte rassicurante, più spesso dolorosa, tra la permanenza ideale del passato e la precarietà dell’Antropocene. Le sue figure, sospese tra archeologia e contemporaneità, non cercano una continuità formale, ma una continuità di senso: come se la scultura potesse ancora sostenere il peso simbolico del tempo, benché consapevole delle sue fratture.Michela Milani sposta il discorso sulla soglia tra pieno e vuoto.
Il plexiglas liquido che modella, colora e solidifica non è semplicemente un materiale contemporaneo: è una sostanza liminale, in perenne negoziazione tra fluidità e struttura. Le sue forme sembrano conservare un movimento interno, una sorta di memoria della fase liquida che le ha generate. Qui il vuoto diventa un vero e proprio dispositivo formale, capace di costruire tensione e ritmo, di dichiarare ciò che la materia non trattiene.In Gianluca Patti, la materia è invece un archivio.

Cemento e resina — materiali che appartengono alla sua biografia prima ancora che alla sua pratica artistica — si trasformano in paesaggi del tempo. L’atto di stratificare non è meramente tecnico: è un gesto che immette nella superficie l’ambivalenza dell’esperienza, alternando densità e leggerezza, oscurità e colore.
Le sue opere monocrome instaurano un rapporto quasi meditativo con la superficie; quelle policrome rompono questo equilibrio per restituire un’energia interna che sembra affiorare da profondità non immediatamente leggibili.Arjan Shehaj, infine, si colloca in un territorio ancora diverso, dove la forma non nasce dalla materia, ma dalla sua rarefazione. Le sue strutture, che oscillano tra l’organico e il geometrico, attivano una percezione che non è più spaziale, ma mentale.
Ciò che conta non è tanto la figura quanto la vibrazione che essa produce: una tensione che mette in discussione la stabilità dello spazio, come se l’opera stessa si situasse in un luogo intermedio, sempre sul punto di dissolversi o ricomporsi.Il vero valore critico di INTUS 2025 nasce proprio da questa coesistenza di linguaggi apparentemente inconciliabili. La mostra non cerca un’estetica comune, né una narrativa rassicurante: preferisce mettere in scena la complessità delle forme contemporanee dell’interiorità.

Non un’interiorità psicologica, ma una interiorità della materia, del gesto, del tempo.In un contesto istituzionale, questo posizionamento assume un significato ulteriore. INTUS non “decora” gli spazi della Delegazione di Roma: li interpella, li disturba, li apre. L’istituzione, attraversata da queste opere, rinuncia per un istante alla propria impermeabilità, lasciando entrare ciò che per sua natura è fragile, mutevole, a volte persino ineffabile.
Ed è in questo dialogo imprevisto che la mostra trova il suo senso più profondo: ricordare che ogni struttura, anche la più solida, è fatta di stratificazioni, tensioni, vuoti, memorie, vibrazioni — esattamente come l’arte che ospita.
La collettiva INTUS 2025 è in corso dal 17 aprile 2025 al 20 febbraio 2026 presso la Delegazione di Roma di Regione Lombardia in Via del Gesù 57 a Roma.
Marco Marassi



