I risultati dei ballottaggi consegnano una fotografia che, al di là delle letture interessate dei partiti, racconta soprattutto una condizione di stallo. Tre capoluoghi al centrodestra e tre al centrosinistra: un pareggio che consente a tutti di rivendicare una vittoria e che, proprio per questo, non modifica realmente gli equilibri politici del Paese. Ancora una volta la contesa elettorale si riduce a una gara di interpretazioni propagandistiche, mentre i problemi strutturali dell’Italia restano sullo sfondo.In un Paese che continua a registrare una crescita economica prossima allo zero, con investimenti insufficienti, salari stagnanti e una produttività che fatica a recuperare terreno rispetto ai principali partner europei, il dibattito politico appare sempre più distante dalla realtà quotidiana dei cittadini. I partiti festeggiano, si accusano reciprocamente di sconfitte inesistenti o di successi marginali, ma evitano di confrontarsi con la questione centrale: l’incapacità del sistema politico di offrire una prospettiva credibile di sviluppo e di riforma.Ancora più significativo del risultato elettorale è però il dato sull’affluenza. In molti casi meno della metà degli aventi diritto si è recata alle urne. Non si tratta più di una semplice disaffezione fisiologica, ma del segnale di una frattura crescente tra cittadini e rappresentanza. Quando la maggioranza degli elettori sceglie di non partecipare, il problema non riguarda soltanto chi perde o chi vince una competizione locale; riguarda la legittimazione stessa del sistema democratico e la sua capacità di coinvolgere la società.Il vero vincitore di questa tornata elettorale sembra dunque essere l’astensionismo. Un fenomeno che da anni cresce in modo costante e che nessuna forza politica riesce a contrastare. Da una parte il centrodestra, dall’altra il centrosinistra: schieramenti che continuano a contendersi segmenti sempre più ristretti di elettorato senza riuscire ad allargare il consenso né a riaccendere la partecipazione. La sensazione diffusa è quella di una politica ripiegata su se stessa, impegnata a gestire gli equilibri esistenti più che a costruire un futuro diverso.Si può parlare della fine di un sistema politico? Forse non ancora in termini formali, ma certamente si assiste al progressivo esaurimento di un modello. Le tradizionali appartenenze ideologiche si sono indebolite, i partiti faticano a rappresentare interessi sociali definiti e le leadership sembrano consumarsi rapidamente senza lasciare eredità durature. Tuttavia, se il vecchio sistema appare logoro, non si intravede ancora una vera alternativa. Non emerge una nuova classe dirigente, non si affermano movimenti capaci di interpretare in modo innovativo le trasformazioni economiche e sociali, né si delinea un progetto politico in grado di raccogliere il consenso di quella vasta area di cittadini che oggi sceglie il silenzio dell’astensione.Il pareggio uscito dalle urne, quindi, non è il segno di una democrazia equilibrata, ma il sintomo di una paralisi più profonda. Mentre l’economia rallenta e la fiducia dei cittadini arretra, la politica continua a celebrare risultati parziali come se fossero svolte storiche. Eppure il messaggio che arriva dalle urne sembra un altro: non la vittoria di uno schieramento sull’altro, ma la crescente irrilevanza di entrambi agli occhi di una parte sempre più ampia del Paese. Finisce lentamente un sistema politico che ha esaurito la propria capacità di mobilitare consenso e speranza. Il problema è che, all’orizzonte, non si vede ancora chi o che cosa possa sostituirlo.
Il Pareggio dell’irrilevanza, sono tutti vincitori nei ballottaggi, ma il Paese resta fermo e metà degli elettori diserta le urne
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