Da un fatto di cronaca che ha segnato per sempre la storia italiana, il massacro del Circeo, avvenuto ormai cinquant’anni fa, nasce “Cigno, Cigno”, atto unico scritto e diretto da Antonio M. Monaco. Lo spettacolo, disturbante e doloroso non per ciò che mostra ma per la consapevolezza che ciò che rappresenta è realmente accaduto, vede in scena Arianna Ferrucci, Giulia Fortuna, Alessandro Straface, Edoardo Di Giuseppe e Riccardo Maggiani, membri della compagnia Il Filo d’Aria, che affrontano questo materiale con rigore e intensità emotiva.
Domenica 30 novembre, al Teatro Trastevere, ho assistito all’ultima replica romana di “Cigno, Cigno”. La messa in scena affronta sin da subito le radici profonde di quell’orrore: il classismo, il disprezzo verso chi viene considerato “inferiore”, la volontà di dominare e possedere le donne anziché riconoscerle come persone pari, da rispettare e con cui condividere reciprocità.

La scenografia alterna due prospettive: quella dei carnefici e quella delle vittime.
All’inizio le ragazze appaiono emozionate, ingenue, stupite di poter finalmente accedere a un mondo che percepiscono come dorato e inaccessibile. I ragazzi, invece, parlano di loro come fossero oggetti da spartire: “Margherita va bene lo stesso”, “Io voglio Patrizia”…
Nelle parole dei due aguzzini emergono frustrazione, vuoto emotivo, incapacità di essere responsabili del proprio disagio. Federico racconta dei genitori distanti, più attenti a fornire beni materiali che affetto, e del suo sentirsi inadeguato in un mondo che pretende da lui perfezione e dominio.
Grazie a un efficace uso delle luci, l’ambientazione passa dal salotto, dove i ragazzi tramano come ingannare le giovani, al bagno in cui le due amiche si rifugiano, avendo intuito il pericolo.

Quando escono, inizia un crescendo di umiliazioni: approcci basati sulla mortificazione, richieste sessuali presentate come un “debito” inesistente, offerte di denaro, minacce. Una ribellione basta per far scattare la violenza fisica. I due mostrano una pistola, vantano inesistenti legami criminali, e affermano che riaccompagneranno le ragazze solo se non saranno “gradite” all’amico Alessandro, di lì a poco in arrivo. Le trattano come merce in attesa di valutazione.
Segue il primo stupro e le minacce di morte quando una delle due prova a chiedere aiuto, avendo udito il motore dell’auto del guardiano della zona. Federico, convinto di essere una sorta di “superuomo” nietzscheano incaricato di ripulire la società da ciò che considera “feccia”, agisce con un delirio di onnipotenza che amplifica la brutalità dell’atto.
Quando Alessandro arriva, finge inizialmente compassione e disponibilità a riaccompagnarle senza pretendere nulla, salvo poi rivelare presto la propria complicità chiedendo loro di avere un rapporto sessuale tra loro davanti a lui.
Il tragico epilogo arriva quando i carnefici tentano di addormentare le due ragazze: una rimane vigile e viene uccisa. L’altra, fingendosi morta, sopravvive. Verrà ritrovata grazie a qualcuno che, sentendola piangere, scambiandola per un gatto, allerta la Polizia, che apre il bagagliaio dell’auto in cui era stata rinchiusa.
Assistere a questa rappresentazione è stato profondamente emozionante. Ho provato sentimenti contrastanti: la gioia per la qualità del lavoro artistico e, insieme, un dolore intenso che riaffiorava a ogni scena. Gli attori non interpretano fedelmente gli autori del massacro, ma ne evocano l’ideologia, lasciando allo spettatore lo spazio per collegare quei comportamenti a dinamiche ancora presenti nel presente.
Ogni rumore, ogni lampo, ogni respiro sulla scena richiama le tante storie di violenza di genere che ancora oggi riempiono la cronaca. Sebbene appartenga a una generazione successiva, quella vicenda non smette di interrogarmi: la violenza contro le donne non è stata debellata, nonostante i progressi sociali. Ancora oggi, troppo spesso, la vittima viene giudicata o colpevolizzata. Ancora oggi, molte donne vengono trattate come oggetti da possedere, come strumenti di potere e non come persone con cui condividere emozioni, camminare e crescere, proteggere e da cui lasciarsi proteggere.
Marco Zucchi



