L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia avanzata al servizio dell’uomo.È diventata una forza capace di modificare in profondità l’economia,il lavoro,la sicurezza,la formazione e perfino il modo nel quale gli esseri umani costruiscono le proprie relazioni sociali.È questo il senso del nuovo grido d’allarme lanciato da Bill Gates,che dopo anni nei quali ha sottolineato soprattutto le opportunità dell’innovazione tecnologica sceglie ora toni molto più severi.Gates sostiene che il mondo stia entrando in una fase nella quale la velocità dello sviluppo dell’intelligenza artificiale supera la capacità delle istituzioni di comprenderne e governarne le conseguenze. La metafora più efficace è quella di una forza della natura.Non perché l’intelligenza artificiale sia un fenomeno naturale,ma perché una volta innescata la sua evoluzione rischia di produrre effetti che nessun singolo governo,nessuna impresa e forse nessun Paese sarà più in grado di controllare autonomamente.L’uomo ha creato questa forza,ne accelera quotidianamente lo sviluppo e ne decide gli impieghi,ma rischia di diventare progressivamente incapace di governarne la traiettoria.Il paradosso è evidente:la più potente tecnologia mai costruita dall’uomo potrebbe diventare anche quella che più rapidamente mette in discussione il ruolo dell’uomo stesso. Il primo terreno dello scontro è il lavoro.Gates avverte che l’intelligenza artificiale non si limiterà a sostituire alcune mansioni ripetitive,ma potrebbe investire una parte enorme del mercato occupazionale,interessando progressivamente professioni considerate fino a poco tempo fa protette dall’automazione.Il fenomeno riguarda già il lavoro d’ufficio,la programmazione,l’assistenza ai clienti,la consulenza e numerose attività amministrative,ma la frontiera si sta rapidamente spostando anche verso professioni manuali,grazie all’evoluzione della robotica. È in questo scenario che si colloca la stima del 60 per cento dei posti di lavoro globali potenzialmente esposti all’intelligenza artificiale,una percentuale che va interpretata come quota di occupazione suscettibile di essere significativamente trasformata,non come previsione automatica del 60 per cento di licenziamenti.Gates va oltre la semplice denuncia e propone di ragionare sulla necessità di preservare alcune attività specificamente umane,una sorta di aree professionali riservate all’uomo.In particolare,settori come la sanità e l’educazione pongono una questione che nessun algoritmo può risolvere soltanto sulla base dell’efficienza:quanto valore attribuiamo alla relazione umana,alla responsabilità,alla compassione e alla capacità di comprendere ciò che non può essere ridotto a una sequenza di dati? Il problema,però,non è soltanto occupazionale.Se milioni di persone dovessero perdere progressivamente il proprio ruolo economico senza che contemporaneamente venissero costruiti nuovi meccanismi di redistribuzione,formazione e protezione sociale,la rivoluzione dell’intelligenza artificiale potrebbe produrre una concentrazione di ricchezza senza precedenti.I vantaggi economici dell’automazione finirebbero infatti nelle mani di chi possiede i modelli,i dati,l’infrastruttura informatica e i capitali necessari per svilupparli,mentre una parte crescente della popolazione potrebbe essere relegata ai margini del nuovo sistema produttivo. È qui che la questione diventa politica.La risposta non può essere affidata esclusivamente alle aziende tecnologiche,perché il loro interesse naturale è sviluppare sistemi sempre più potenti e competitivi.Il mercato può determinare quali applicazioni siano redditizie,ma non può decidere da solo quali conseguenze siano accettabili per una società.Gates propone per questo una revisione delle regole,compresa l’ipotesi di tassare l’automazione e i sistemi di intelligenza artificiale per compensare la perdita di gettito derivante dalla riduzione del lavoro umano e finanziare formazione,servizi pubblici e protezione sociale. Ma anche la tassazione,da sola,non sarebbe sufficiente.Perché la forza dell’intelligenza artificiale è ormai globale e non riconosce confini politici.Un algoritmo sviluppato negli Stati Uniti può essere utilizzato in Europa,in Asia o in Africa.Un modello addestrato in un Paese può essere replicato o adattato in un altro.Un sistema capace di produrre vantaggi economici può contemporaneamente essere utilizzato per attacchi informatici,disinformazione,manipolazione politica o applicazioni biologiche pericolose.Gates ha sottolineato proprio la necessità di nuove istituzioni nazionali e internazionali capaci di controllare questi rischi,arrivando a indicare la governance dell’intelligenza artificiale come una priorità che richiede una cooperazione paragonabile a quella costruita in altri settori ad alto rischio. Da qui l’esigenza di un governo globale dell’intelligenza artificiale.Non necessariamente un governo mondiale nel senso politico tradizionale,ma un sistema internazionale di regole,controlli e responsabilità che stabilisca limiti comuni alla progettazione e all’impiego delle tecnologie più potenti.Servono organismi in grado di verificare i modelli più avanzati,monitorare i rischi,imporre standard di sicurezza e intervenire quando un sistema supera determinate soglie di pericolosità.Servono inoltre accordi tra le grandi potenze,perché sarebbe illusorio pensare di governare l’intelligenza artificiale senza coinvolgere Stati Uniti,Cina,Europa e le altre principali potenze tecnologiche.Gates stesso ha indicato la cooperazione internazionale,compresa quella tra Washington e Pechino,come un elemento decisivo. La difficoltà è evidente:il mondo attraversa una fase di crescente competizione geopolitica e proprio le tecnologie più avanzate sono diventate strumenti di potere economico e strategico.Per questo ogni governo teme che regole troppo severe possano rallentare la propria industria mentre gli altri Paesi continuano a correre.La conseguenza rischia di essere una corsa globale nella quale nessuno vuole frenare per primo.Il problema è simile a quello che l’umanità ha già conosciuto con il nucleare,con una differenza sostanziale:la tecnologia nucleare richiede infrastrutture altamente specializzate,l’intelligenza artificiale può diffondersi rapidamente attraverso piattaforme,software e reti accessibili su scala mondiale. Il vero interrogativo,allora,non è se l’intelligenza artificiale debba essere fermata.La risposta sarebbe probabilmente irrealistica e anche controproducente.Il punto è stabilire se l’uomo riuscirà a governare una trasformazione che procede molto più rapidamente delle sue istituzioni.Il rischio non è soltanto che le macchine sostituiscano milioni di lavoratori,ma che la società arrivi impreparata al momento nel quale il rapporto tra intelligenza umana e intelligenza artificiale cambierà radicalmente. Il messaggio di Gates è dunque meno tecnologico di quanto possa sembrare.È un messaggio politico e civile:non basta inventare una tecnologia,occorre decidere quali limiti darle e chi abbia il diritto di stabilirli.L’intelligenza artificiale può aumentare la produttività,migliorare la medicina,accelerare la ricerca e rendere disponibili conoscenze prima riservate a pochi.Ma la stessa tecnologia può amplificare disuguaglianze,eliminare posti di lavoro,rafforzare sistemi di sorveglianza e offrire strumenti potentissimi a criminali e attori ostili. La partita è quindi già cominciata e il tempo delle rassicurazioni è finito.Trattare l’intelligenza artificiale come una semplice evoluzione dell’informatica significa sottovalutare la portata della trasformazione.Trattarla come una forza che l’uomo ha scatenato e che deve imparare a governare significa invece riconoscere la dimensione storica della sfida.Il futuro non sarà necessariamente quello nel quale le macchine distruggeranno l’umanità,ma nemmeno quello nel quale la tecnologia produrrà automaticamente prosperità per tutti.Sarà il risultato delle decisioni politiche prese adesso.E se una parte consistente del lavoro umano è destinata a essere trasformata o sostituita,se le capacità delle macchine continueranno a crescere più rapidamente delle istituzioni e se i rischi avranno una dimensione globale,allora anche la risposta dovrà essere globale.Salvare l’umanità dall’intelligenza artificiale,nel senso più concreto dell’avvertimento di Gates,non significa salvare l’uomo dalle macchine.Significa impedire che l’uomo rinunci alla propria responsabilità di governare ciò che ha creato.
Il grido di allarme di Bill Gates ” Salviamo il lavoro dall’ AI”
Date:



