Si apre oggi a Èvian-les-Bains il vertice del G7, cornice elegante affacciata sul lago di Ginevra, scelta che rispecchia perfettamente l’impronta che il presidente francese Emmanuel Macron ha voluto dare all’evento: prestigio, rappresentazione della forza occidentale, cura dell’immagine e della liturgia diplomatica. Eppure, dietro l’opulenza della scenografia e la ritualità delle dichiarazioni finali, emerge con sempre maggiore evidenza una domanda che accompagna ogni riunione del gruppo delle sette maggiori democrazie industrializzate: quanto conta ancora il G7 nel mondo del XXI secolo? La risposta, per quanto scomoda, è che il vertice appare sempre più come un appuntamento consuetudinario, incapace di incidere in misura proporzionata rispetto alle sfide che dichiara di voler affrontare.Quando nacque negli anni Settanta, il G7 rappresentava una quota dominante della ricchezza mondiale, della produzione industriale e dell’influenza geopolitica. Oggi il quadro è radicalmente mutato. La crescita delle economie emergenti, il peso crescente della Cina, l’affermazione di potenze regionali come India, Brasile, Arabia Saudita e Turchia hanno ridisegnato gli equilibri globali. Molti dei dossier decisivi per il futuro del pianeta non possono più essere affrontati né tantomeno risolti all’interno di un tavolo che esclude alcuni dei protagonisti principali della scena internazionale.La guerra, il commercio, la sicurezza energetica, la transizione tecnologica e la competizione strategica si sviluppano ormai in un sistema multipolare nel quale il G7 continua a parlare come se fosse ancora il direttorio politico ed economico del mondo occidentale. Ma la capacità di tradurre le dichiarazioni in risultati concreti appare sempre più limitata. Le divergenze interne tra Stati Uniti, Europa e Giappone su questioni commerciali, industriali e strategiche riducono ulteriormente l’efficacia di un organismo che vive soprattutto di consenso politico e non dispone di strumenti vincolanti.Anche il linguaggio dei vertici sembra appartenere a un’altra epoca. Ogni anno si susseguono comunicati che richiamano la difesa dell’ordine internazionale, la cooperazione economica, la sostenibilità ambientale e la stabilità globale. Obiettivi condivisibili, ma che spesso si scontrano con la realtà di interessi nazionali divergenti e con una crescente difficoltà dell’Occidente nel presentarsi come un blocco compatto. La distanza tra le ambizioni dichiarate e i risultati ottenuti contribuisce ad alimentare la percezione di un organismo che continua a esistere più per inerzia istituzionale che per reale capacità di guida.Macron punta a trasformare il summit in una dimostrazione di leadership francese e di centralità europea. È una scelta comprensibile in un continente che cerca di riaffermare il proprio ruolo in un contesto internazionale dominato dalla rivalità tra Washington e Pechino. Tuttavia, nessuna coreografia diplomatica può nascondere il dato fondamentale: il G7 non è più il luogo nel quale si decidono gli equilibri del mondo. Può ancora offrire coordinamento politico, può produrre indirizzi comuni, può rappresentare un momento di confronto tra alleati storici, ma fatica sempre più a presentarsi come il motore della governance globale.Il vertice di Èvian-les-Bains rischia così di diventare l’ennesima rappresentazione di una forza che appartiene più al passato che al presente. Non perché le democrazie industrializzate abbiano perso rilevanza, ma perché il mondo è diventato troppo complesso, troppo frammentato e troppo interdipendente per essere guidato da un club ristretto nato in un’altra stagione della storia. Il G7 continua a riunirsi, a produrre fotografie ufficiali e dichiarazioni solenni, ma l’impressione è che il centro della politica mondiale si sia ormai spostato altrove. E che il vertice, pur mantenendo il suo valore simbolico, assomigli sempre più a un rito della diplomazia internazionale che a un autentico luogo di decisione.
Il G7 dell’abitudine in un mondo che non aspetta più
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