Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, l’articolo inviatoci da Roberto Buono che ha assistito ad un concerto di Herbie Hancock tenutosi al Parco della Musica di Roma:
Parco della Musica, Roma – 14 luglio 2025: Herbie Hancock è una vera icona della musica moderna. Con una carriera illustre che attraversa oltre cinque decenni, 14 Grammy Awards (tra cui “Album of the Year per River: The Joni Letters”) e una capacità ineguagliata di attraversare i confini tra jazz acustico, elettronico, funk e R&B, continua a stupire e ispirare il pubblico in tutto il mondo. Come scrisse Miles Davis nella sua autobiografia, «Herbie è stato il passo dopo Bud Powell e Thelonious Monk, e non ho ancora sentito nessuno che sia venuto dopo di lui».
Oggi, nel sesto decennio della sua vita professionale, Hancock rimane in prima linea nella musica mondiale, sempre proiettato verso l’innovazione. E l’impressione è proprio questa, quando alle 21:21 Herbie sale sul palco della Cavea del Parco della Musica di Roma il pubblico lo accoglie con entusiasmo, e lui, sorridente e pieno di energia, rompe subito il ghiaccio: «Vi va di ascoltare un po’ di musica stasera?» Si parte con un’ouverture ipnotica, un viaggio sonoro fatto di sintetizzatori, groove sospesi, versi di animali campionati e un interplay quasi cinematografico tra basso, chitarra e batteria. Hancock scherza con il pubblico, dicendo che per suonare tutta la sua produzione servirebbe un concerto di 24 ore. Poi si sposta al piano, per tornare subito alle tastiere, lanciandosi in improvvisazioni brillanti e in quegli effetti elettronici “wow” che da decenni lo rendono unico. Il primo brano è serrato, incalzante, e segna l’inizio di una serata in cui il tempo sembra sciogliersi nella musica. Segue un momento in cui il chitarrista Lionel Loueke rimane solo sul palco con la sua inconfondibile chitarra distorta. Il brano mescola vocalizzi filtrati dal vocoder a sonorità sperimentali, in un mix che cattura l’attenzione e amplia i confini del jazz. Rientra la band al completo – un ensemble affiatatissimo con Terence Blanchard alla tromba, James Genus al basso e Jaylen Petinaud alla batteria – e il suono si fa denso, imponente, straordinariamente compatto. È il momento di “Chameleon”, cavallo di battaglia del repertorio funk-jazz di Hancock: la Cavea esplode in un groove travolgente. Alla fine del pezzo, Herbie si alza, mimando il dolore alla mano: «Ouch!», esclama tra le risate del pubblico, sottolineando l’intensità fisica ed emotiva della performance. Poi, in piedi, presenta con affetto e rispetto i suoi compagni di viaggio. E con l’autoironia che lo contraddistingue, aggiunge: «Questo ragazzo ha solo 85 anni». Il momento più toccante arriva quando ricorda l’amico e collega Wayne Shorter, recentemente scomparso: «Wayne è ancora nel mio cuore», dice con voce ferma. Parte allora una versione emozionante di “Footprints”, resa con una sensibilità che unisce il lirismo alla potenza interpretativa. Il pubblico ascolta in silenzio, poi esplode in un lungo applauso. Dopo l’omaggio, è il momento di “Proof”, eseguita con una foga interpretativa sorprendente: ritmo serrato, interplay incandescente, una dichiarazione d’intenti su quanto ancora Hancock e la sua band abbiano da dire. Subito dopo, arriva “Butterfly”, che riporta la serata su coordinate più sognanti, senza perdere un briciolo di intensità. Prima che il vocoder sia sistemato, Herbie prende la parola e, con tono calmo e riflessivo, lancia un messaggio profondo: «Siamo una sola famiglia… ed è in Africa che c’è stato il primo uovo dell’umanità. Poi ci siamo differenziati, ma restiamo una sola famiglia. Perché ci siamo separati? Per i soldi?» Silenzio e consapevolezza nel pubblico. Poi, sistemata la voce elettronica, inizia a cantare con il vocoder, dando vita a un momento intenso e quasi rituale. Il basso entra in scena con un assolo virtuoso: James Genus costruisce un loop e vi suona sopra, poi ne stratifica un secondo, e lavora sulle note alte, creando una base incalzante e stratificata. È il preludio a un altro momento da antologia: Herbie imbraccia una keytar bianca – la celebre tastiera a tracolla – e si alza in piedi, pronto a spingere sull’acceleratore. Parte con grande potenza “Rockit”, brano storico del suo periodo electro-funk, che incendia la Cavea e porta l’energia a livelli altissimi. Nel finale, Herbie si avvicina al bassista e i due accennano dei passi di danza, sorridendo e improvvisando a tempo. È il colpo di coda perfetto: Hancock si lancia in un ultimo solo scatenato su un encore (bis) di “Chameleon” (saltando a ritmo di musica come un ragazzino), richiamando l’inizio della serata in un ciclo che si chiude tra groove e leggenda. Standing ovation: il pubblico si alza in piedi, acclama e applaude a lungo. Herbie Hancock si avvicina alla prima fila, stringe le mani al pubblico, uno per uno, regalando l’ultimo tocco umano a una serata che è stata molto più di un concerto. A Roma, questa sera, non è andato in scena solo un concerto, ma un viaggio sonoro e umano guidato da un maestro che, a 85 anni, continua a parlare al presente con la forza della sua storia. Herbie Hancock non suona per celebrare il passato, ma per ricordarci che la musica – quando è autentica – non invecchia mai.
Line-up:
Herbie Hancock – tastiere, piano, keytar
Terence Blanchard – tromba
Lionel Loueke – chitarra
James Genus – basso
Jaylen Petinaud – batteria



Roberto Buono



