Giallo della ricina: madre e figlia la acquistarono? La risposta nella caccia digitale

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Da chat e messaggi alle note vocali. Dalle cronologie dei cellulari fino al traffico dei modem domestici. Gli investigatori cercano anche eventuali ricerche online sulla ricina cancellate nel tempo. Perfino sui dispositivi delle vittime.

È una caccia digitale a ogni dettaglio quella avviata dalla Procura di Larino e dalla Squadra Mobile di Campobasso per ricostruire cosa sia accaduto nella casa di Pietracatella prima della morte di Antonella Di Ielsi e di a Sara Di Vita, avvelenate  con la ricina.

Un’indagine a 360 gradi che passa ora attraverso l’estrazione forense dei dati contenuti nei dispositivi sequestrati il 4 maggio scorso nell’abitazione di famiglia.

L’accertamento irripetibile è stato notificato a tutte le parti coinvolte nell’inchiesta: ai cinque medici indagati nel filone per omicidio colposo e ai familiari delle vittime, riconosciuti come parti offese.

L’appuntamento è fissato per venerdì 22 maggio, negli uffici della Questura. A occuparsi dell’analisi sarà lo SCO, il Servizio Centrale Operativo della Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato. Un passaggio considerato cruciale dagli investigatori, che continuano a mantenere il massimo riserbo.

Nessuna pista è esclusa e le risposte potrebbero nascondersi proprio nei dispositivi sequestrati.

Gli inquirenti vogliono capire se, all’interno della casa di Pietracatella, siano state effettuate ricerche online sulla ricina, poi cancellate. Da chi. Quando. E attraverso quali dispositivi.

Obiettivo: ricostruire accessi internet, presenze digitali, relazioni, contatti, ricerche dell’eventuale colpevole.

L’attenzione si concentra anche sulle ore più drammatiche della vicenda: quelle tra il 25 e il 28 dicembre. Sotto la lente ci sono comunicazioni, abitudini quotidiane, note sui pasti consumati Oltre quelle della sorella maggiore Alice Di Vita, sopravvissuta insieme al padre Gianni.

Gli investigatori scavano nei rapporti personali e nelle dinamiche familiari. È lì che continuano a concentrarsi i sospetti principali.

E proseguono in Questura le audizioni degli oltre cento testimoni convocati dagli investigatori. Le audizioni dovrebbero concludersi entro la settimana. E già nelle prossime ore potrebbe essere sentito un nuovo testimone chiave.

Si cerca la risposta al mistero della ricina. Chi, come e perché abbia avvelenato Antonella e Sara, se erano loro l’obiettivo.

Le ipotesi al vaglio degli inquirenti sono tante, diverse le piste seguite e oltre 100 i testimoni sentiti in Questura. 

Gli investigatori, al lavoro sul giallo di Pietracatella, cercano di capire se, a cercare in rete notizie sulla ricina, siano state le stesse donne poi morte avvelenate, Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, madre e figlia. È quanto emerge dalla convocazione delle parti offese e degli indagati per venerdì mattina, in Questura a Campobasso, quando saranno estratti i dati da telefoni, modem, pc e tablet prelevati nei giorni scorsi dalla casa di Pietracatella. Ora l’attesa è tutta per il nuovo interrogatorio di Laura Di Vita, cugina di Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, previsto per i prossimi giorni.

Volevano procurarsi la ricina

La procura, nel dettaglio, chiede di estrapolare da ciascun apparato dati utili per accertare «rapporti, relazioni e legami correlabili alle navigazioni internet dirette a procurarsi ricina da parte di Sara Di Vita e Antonella Di Ielsi»; e poi estrapolazione delle chat intrattenute tra mamma e figlia, poi decedute, inerenti la patologia da ricina affrontata in casa e in ospedale tra il 25 e il 28 dicembre.

Ricostruire i rapporti con la famiglia

Viene anche chiesta l’estrapolazione di tutti i dati «relativi ai rapporti con familiari, parenti e amici, da identificare, da parte dei possessori degli apparati» per accertare fatti e circostanze idonee a ricostruire le abitudini di vita, i rapporti interpersonali delle vittime; estrapolazione di dati relativi alla presenza di documenti, note, pagine di diario, missive inerenti a eventuali patologie sofferte dalle vittime e non conosciute.

I tre punti da chiarire

L’inchiesta è nella sua fase più delicata: gli investigatori hanno raccolto migliaia di informazioni dopo aver sentito più di cento testimoni e ora puntano a chiudere il cerchio iscrivendo uno o più nomi sul registro degli indagati. Ci sono però altri passaggi cruciali dell’inchiesta ancora da compiere, tre su tutti: cercare le tracce della ricina nella casa della famiglia Di Vita, analizzare i dati contenuti sui telefoni e sugli altri dispositivi elettronici sequestrati e attendere il deposito degli atti relativi alle autopsie sui corpi delle vittime, deposito previsto a fine mese.

Interrogato l’infermiere

Intanto in questura a Campobasso è iniziata l’ennesima settimana di interrogatori. La Squadra Mobile guidata da Marco Graziano, lunedì mattina ha sentito come testimoni alcuni parenti. Poi, nel pomeriggio, è toccato invece all’infermiere che a dicembre somministrò una flebo nella casa di Pietracatella dove vivevano Sara e Antonella. L’uomo, un amico di famiglia, dipendente di una struttura sanitaria del capoluogo molisano, era già stato sentito dagli investigatori nelle settimane passate, ma ora è stato di nuovo convocato su istanza dell’avvocato di uno dei cinque medici indagati nella prima fase dell’inchiesta per omicidio colposo, prima cioè della svolta con la scoperta della ricina e dell’indagine per duplice omicidio premeditato. L’infermiere uscendo dalla questura, dopo aver risposto per oltre un’ora alle domande dei poliziotti, non ha rilasciato dichiarazioni.

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