Con Elly Schlein il Pd non è più una comunità plurale e sembra scontata la rimozione di Pina Picierno come vicepresidente dell’Eurocamera

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Dopo l’addio di Marianna Madia, esplode la fronda dei riformisti: Pina Picierno e Giorgio Gori a un passo dallo strappo definitivo. Schlein punta a sostituire la vicepresidente dell’Eurocamera con l’ortodosso Zingaretti, mentre a Roma l’area Delrio starebbe valutando la scissione. Tutti i retroscena della crisi interna che sta stringendo il partito attorno al nucleo massimalista.

Sono tempi di scelta, per molti, nel Pd. Marianna Madia ha lasciato, da sola, anzi tempo. Le aree di sofferenza cerchiano in rosso Bruxelles, ma anche Roma. Nel primo caso, i più sofferenti sono Pina Picierno, in prima linea nella difesa di Kiev e dell’integrazione europea, una delle fondatrici del Pd. E a stretto giro si fa largo l’ipotesi Giorgio Gori, europarlamentare dopo essere stato sindaco di Bergamo.

La segreteria Schlein, tutta proiettata a sinistra, continua a produrre una silenziosa ma dolorosa emorragia di consensi interni. E il malessere dell’ala riformista e filoeuropeista sta per toccare il punto di non ritorno, con due pesi massimi – del calibro di Pina Picierno e Giorgio Gori – pronti a trarre le conseguenze dell’isolamento politico in cui sono stati confinati.

Il fronte più caldo è senza dubbio Bruxelles. Picierno, vicepresidente uscente dell’Eurocamera e convinta sostenitrice della linea atlantista pro-Kiev, ha recentemente affidato ai social una riflessione su Altiero Spinelli che sa tanto di metafora personale: un elogio del dissenso e della “solitudine” politica. Da tempo ormai, e come documentato anche da noi recentemente, dal Nazareno nessuno risponde ai suoi rinvii al dialogo. Dal Nazareno,  e dalla leader Elly, tutto tace e continua aa tacere.

Lo strappo definitivo, allora, potrebbe consumarsi a fine anno, quando si rinnoveranno le cariche istituzionali del Parlamento europeo. Elly Schlein – come riferisce Libero tra gli altri oggi – sembrerebbe intenzionata a silurare la Picierno per fare spazio a Nicola Zingaretti, giudicato decisamente più ortodosso rispetto alla linea della segreteria. Un benservito che spingerebbe l’eurodeputata e con lei Gori verso l’addio formale. E definitivo.

Ma, come anticipato in apertura, la fronda interna non risparmia neanche Roma, dove la “sofferenza” contagia l’area che fa capo a Graziano Delrio. Qui il problema diventa anche un fatto di pura sopravvivenza politica: oltre trenta parlamentari hanno raggiunto il limite dei tre mandati e, con l’attuale legge elettorale, le liste saranno blindate dai fedelissimi della Schlein. Una realtà a fronte della quale i dissidenti continuano a sognare un nuovo soggetto centrista alleato, ma autonomo dal Pd.

Tutto dipenderà dalle riforme istituzionali: se il centrodestra dovesse virare verso un sistema che premi la riconoscibilità dei singoli candidati (come il modello dei collegi uninominali), per i riformisti dem si aprirebbero praterie di libertà fuori dal partito. Altrimenti, l’alternativa sarà la sottomissione o l’oblio. Per la Schlein, comunque vada sarà un insuccesso. Perché è evidente a tutti, anche lontano dal Nazareno, che il Pd si restringe sempre di più attorno al suo nucleo massimalista e alla sua leadership indiscutibile.

Il tiro al piccione che si è scatenato contro Pina Picierno subito dopo il referendum la dice lunga su cosa sia diventato il PD a guida Elly Schlein, ovvero un partito al quale di Democratico rischia di rimanere  solo il nome.

Il silenzio ostinato della segretaria la sta di fatto trasformando in complice morale – quando non mandante – degli innumerevoli episodi di intolleranza che stanno emergendo nei confronti di chi, come Pina, ha sempre coraggiosamente rappresentato il proprio pensiero, anche quando in dissenso, dentro e fuori da un partito che aveva fatto del pluralismo il proprio punto di forza, essendo l’elemento fondante di un’aggregazione nata dall’incontro di esperienze politiche differenti, che si erano impegnate a convivere e collaborare.

È assurdo pretendere che la parte, seppur minoritaria, del PD, che ha votato Sì alla riforma sulla separazione delle carriere, non meritasse di essere rappresentata. Ma soprattutto è singolare che gli improvvisati difensori della “Costituzione più bella del mondo” si dimentichino che uno dei cardini della nostra carta fondamentale è il divieto del vincolo di mandato per gli eletti, vale a dire il diritto/dovere di agire sempre secondo coscienza anziché per convenienza di partito (art. 67). Si tratta di una norma voluta dalle madri e dai padri costituenti (Einaudi ne fu il principale sostenitore) per mettere al riparo le istituzioni da eventuali derive autoritarie di una o più forze politiche, evitando il ripetersi dell’abominio del fascismo. Sdoganare la gogna mediatica o improvvisare tribunali sui social per processare chi non segue presunti indirizzi o ordini di segreteria, significa verticalizzare il potere all’interno del partito, istituendo un “costo” politico per scelte che dovrebbero invece rimanere libere, con la conseguenza di cercare di condizionare di fatto l’operato dell’eletto proprio in violazione di quella costituzione che si dice di voler proteggere.

A me pare che sempre meno il Partito Democratico voglia essere la casa non tanto di Pina Picierno ma di un’intera area liberale e riformista, la quale rischia di rappresentare un insormontabile ostacolo per l’auspicato matrimonio con Conte, Fratoianni e Bonelli, che la segretaria è pronta a celebrare al motto di “testardamente unitari” e cioè alle loro condizioni. Al massimo si terranno nelle liste un paio di esemplari da impagliare ed esibire alla bisogna come specchietto per le allodole, per evitare la fuga in massa degli elettori verso altri soggetti o verso il non voto.

Di certo c’è che così tanta gente che invoca “purghe schleiniane” nel PD non s’era mai vista e questo è già di per sé il segno di un cambio di epoca, per l’unico partito non personale d’Italia

Il caso Picierno non è più, se mai lo è stato, solo il caso Picierno. È la cartina di tornasole del mutamento genetico del Partito democratico: un partito nato per tenere insieme culture diverse – ex comunisti, cattolici democratici, laici, riformisti – e oggi tentato dalla forma più povera della politica, quella che scambia l’unità con l’allineamento e il dissenso con il tradimento.

La questione non è solo se Pina Picierno resterà o lascerà il Pd. La questione è che una vicepresidente del Parlamento Ue sotto scorta per le posizioni su Ucraina, sull’antisemitismo e sulla difesa delle democrazie liberali, ha posto problemi politici e umani ai quali il suo partito ha risposto con un silenzio gelido. Non una discussione vera, una presa in carico collettiva. Non il gesto minimo di una comunità che protegge chi viene esposto per le battaglie che conduce.

È in questo che il caso personale diventa fatto politico. Il Pd che si mostra in questa vicenda non appare più come una comunità plurale, attraversata da anime differenti e conflitti legittimi, ma come una caserma ideologica nella quale le voci critiche vengono prima marginalizzate, poi delegittimate, infine spinte verso l’uscita. Soprattutto quando il dissenso riguarda la politica estera: Ucraina, Russia, difesa europea, Israele, postura atlantica.

Il paradosso è che il Pd era nato per il contrario: non per diventare la prosecuzione identitaria di una sinistra radicalizzata, come, del resto, non è mai stato fino in fondo neanche il Pci, ma per costruire una casa larga, europea, capace di fondere culture e non di espellerle. Il suo Dna originario non era l’ortodossia, ma il pluralismo. Se oggi una dirigente riformista viene trattata come corpo estraneo perché non accetta ambiguità sull’Ucraina o subalternità tattiche al M5S, allora il problema non è Picierno. È il Pd.

Per questo il caso Picierno non è un incidente. È uno specchio. Dice che il Pd non sta soltanto cambiando linea: sta cambiando natura. E quando un partito nato per includere comincia a funzionare per espulsione, quando il pluralismo diventa fastidio e la fedeltà prende il posto del pensiero, allora non siamo più davanti a una dialettica interna. Siamo davanti a una classe dirigente che chiama unità ciò che somiglia sempre di più al conformismo di potere.

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