CICERO, LA SPIA CHE VOLEVA DIVENTARE RICCA

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Ci sono uomini che entrano nella storia dalla porta principale, con le fanfare, le uniformi e almeno una fotografia destinata ai libri di scuola. E poi ci sono uomini come Elyesa Bazna, che nella storia ci entrano dalla porta di servizio, con un mazzo di chiavi in tasca e l’aria innocente di chi sta andando a rassettare una stanza. Bazna era nato nel 1904 a Priština, allora nell’Impero ottomano, da una famiglia albanese, e da giovane si era trasferito in Turchia. Non aveva l’aspetto dell’eroe romantico, né probabilmente aspirava a diventarlo. Aveva fatto il cameriere, il domestico, l’autista, insomma quei mestieri che permettono di stare vicino ai potenti senza essere potenti e, soprattutto, di ascoltare molte cose senza che nessuno si preoccupi troppo di ciò che ascolti. Fu proprio questa sua posizione apparentemente insignificante a trasformarlo in una delle spie più celebri della Seconda guerra mondiale. Nel 1942 Bazna entrò al servizio dell’ambasciatore britannico ad Ankara, sir Hughe Knatchbull-Hugessen. L’ambasciatore aveva documenti riservati, una cassaforte e, come spesso accade agli uomini importanti, una certa fiducia nei propri domestici. Bazna aveva invece curiosità, memoria e una discreta inclinazione a ficcare il naso dove non avrebbe dovuto. Già in precedenza era stato licenziato da un console tedesco perché aveva letto la sua posta. Non era dunque necessario attendere un lungo addestramento per capire che quell’uomo possedeva una qualità essenziale per un agente segreto: la curiosità. Gli mancava soltanto un committente. Il committente arrivò nel 1943. Il 21 ottobre di quell’anno Bazna cominciò a fotografare documenti segreti britannici. Si rivolse a Ludwig Carl Moyzisch, addetto commerciale dell’ambasciata tedesca ad Ankara e uomo legato ai servizi di sicurezza del Reich. La prima richiesta fu molto semplice e, nella sua semplicità, assai poco romantica: ventimila sterline per cinquantasei documenti. Non chiedeva una patria, non chiedeva una medaglia, non chiedeva neppure di salvare l’Europa. Chiedeva soldi. I tedeschi gli diedero il nome in codice Cicero. È forse questo il punto in cui Bazna diventa davvero interessante. Perché la storia delle spie tende a trasformare tutti in personaggi complicati, mossi da ideali superiori, vendette familiari o misteriose fedeltà. Bazna, invece, era molto più umano: voleva diventare ricco. Raccontò di nutrire odio verso gli inglesi perché un britannico avrebbe ucciso suo padre. Era una bella storia, adatta alle esigenze del mestiere. Peccato che non fosse vera: suo padre era morto tranquillamente nel proprio letto. Bazna non combatteva dunque per vendicare il padre. Combatteva, più modestamente, per il portafoglio. E qui comincia la parte quasi comica della faccenda, se si riesce per un momento a dimenticare che intorno c’era una guerra mondiale. Gli inglesi non sospettavano di lui. Anzi, la loro intelligence riteneva che non conoscesse abbastanza l’inglese e che fosse troppo stupido per essere una spia. È un errore che nella storia dello spionaggio ricorre spesso: si cercano il genio, il professore, il diplomatico dalla faccia inquietante, e intanto nessuno guarda il cameriere che passa con il vassoio. Bazna fotografava documenti dall’ufficio e dalla cassaforte dell’ambasciatore e li consegnava ai tedeschi. Per alcuni mesi il sistema funzionò con una regolarità quasi burocratica. La guerra aveva generali, divisioni corazzate, bombardieri e sommergibili; Bazna aveva una macchina fotografica e un buon paio di nervi. Le informazioni che fornì riguardarono conferenze internazionali, operazioni militari e perfino il bombardamento di Sofia. In quel caso la previsione risultò corretta e la notizia contribuì a rafforzare la fiducia dei tedeschi nel loro misterioso Cicero. A Bazna fu persino fatto balenare davanti agli occhi il premio più adatto al suo carattere: una villa, una volta finita la guerra. Ma la tragedia, e anche la farsa, stavano proprio qui: Bazna era diventato un agente importante senza che i suoi stessi datori di lavoro sapessero bene quanto credergli. L’Abwehr giudicò il materiale inaffidabile, mentre altri ambienti tedeschi ritenevano che potesse essere autentico. La quantità enorme di documenti trasmessi finì così per diventare un problema. Quando arrivano troppe informazioni, anche l’intelligence comincia a comportarsi come un uomo davanti a un menu di cento pagine: alla fine non sa più cosa ordinare. Bazna, dal canto suo, continuava a lavorare. Ma la fortuna, come spesso accade, aveva cominciato a presentargli il conto. Nell’ambasciata britannica era stato installato un nuovo sistema d’allarme che rendeva più complicato accedere alla cassaforte. E poi arrivò sulla scena Nele Kapp, una giovane donna legata ai tedeschi che, in realtà, forniva informazioni agli Alleati. Bazna non sapeva chi fosse veramente. Sapeva soltanto che poteva essere pericolosa. E così, nel momento in cui una spia dovrebbe mostrarsi più coraggiosa, Bazna fece una cosa estremamente ragionevole: si tirò indietro. Lasciò il servizio presso l’ambasciatore britannico. Nel frattempo la guerra cambiava direzione. La Germania perdeva terreno, la Turchia prendeva sempre più le distanze da Berlino e nel 1945 avrebbe dichiarato guerra alla Germania, quando ormai Cicero aveva smesso di essere utile. Il grande progetto di Bazna era dunque arrivato alla sua conclusione: aveva rischiato la pelle, aveva sottratto documenti segreti, aveva servito una delle più feroci dittature della storia e si era immaginato ricco. Gli restava soltanto da incassare. E fu allora che arrivò il colpo di scena più beffardo di tutta la vicenda. Le sterline con cui i tedeschi lo avevano pagato erano false. Circa trecentomila sterline di banconote contraffatte. È difficile immaginare una conclusione più adatta a Bazna. L’uomo che aveva venduto segreti britannici alla Germania per arricchirsi scoprì di essere stato, a sua volta, imbrogliato. Aveva passato la guerra a fotografare documenti di nascosto, aveva aperto casseforti, aveva rischiato di essere scoperto, aveva sognato una villa e alla fine si ritrovava con una fortuna di carta straccia. Cercò perfino di ottenere giustizia contro il governo tedesco per essere stato truffato. Non ebbe successo. Dopo la guerra la vita di Cicero perse rapidamente il suo fascino cinematografico. Bazna visse a Istanbul, impartì lezioni di canto e lavorò come venditore di automobili usate. Morì a Monaco di Baviera nel 1970. Nel 1962 aveva pubblicato la propria versione della storia, intitolata I Was Cicero. Nel frattempo Hollywood aveva già trasformato la sua vicenda in un film, Operazione Cicero, con James Mason nei panni di una versione romanzata di Bazna. Ma forse è proprio dopo aver tolto a Cicero il mantello della leggenda che resta il personaggio più interessante. Elyesa Bazna non fu un grande ideologo e nemmeno un patriota senza macchia. Fu un uomo ambizioso, vanitoso, intelligente quanto bastava e forse molto meno intelligente di quanto egli stesso pensasse. Ebbe coraggio, ma ebbe anche paura. Tradì per denaro e fu tradito per denaro. Passò vicino alla grande storia senza comprenderla fino in fondo, come capita a moltissimi uomini che, per una ragione o per l’altra, finiscono dentro gli ingranaggi degli avvenimenti enormi. I generali pensavano alla guerra. I diplomatici pensavano agli equilibri internazionali. Hitler pensava al Reich millenario. Bazna pensava alla villa. E alla fine nessuno ottenne esattamente ciò che voleva. È forse questa la morale più umana della storia di Cicero: nelle guerre, persino quando gli uomini giocano a fare le grandi pedine della Storia, resta sempre qualcuno che sogna semplicemente di avere abbastanza denaro per vivere bene. Bazna ci provò. E la Storia, che raramente ha senso dell’umorismo, quella volta gliene concesse uno davvero crudele: gli fece trovare la ricchezza proprio dove non valeva niente.Lelio Antonio Deganutti

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