C’è un confine sottile tra il confronto politico e la paralisi delle istituzioni. Quando quel confine viene superato, a pagare non sono i partiti ma i cittadini. L’azzeramento della Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai rappresenta uno di quei passaggi che raccontano più di molte dichiarazioni ufficiali. Prima le dimissioni dei rappresentanti delle opposizioni, poi quelle dei parlamentari del centrodestra hanno sancito il fallimento di un organismo che dovrebbe garantire il controllo parlamentare sul servizio pubblico radiotelevisivo, non diventare il terreno di una guerra permanente tra schieramenti. La responsabilità politica affonda però le sue radici nelle scelte della maggioranza di governo. L’idea che una stagione culturale possa essere cancellata e sostituita con un semplice cambio di rapporti di forza si è rivelata un errore tanto politico quanto istituzionale. La cultura non si modifica per decreto, né con un colpo di bacchetta magica. Le istituzioni funzionano quando garantiscono equilibrio, non quando vengono piegate alla logica della conquista. La Commissione di Vigilanza non è un dettaglio burocratico. È il luogo nel quale il Parlamento esercita una funzione di controllo su un bene comune finanziato anche attraverso il contributo dei cittadini. Bloccarne l’attività significa indebolire un presidio di garanzia e trasformare un organo parlamentare nell’ennesimo simbolo di uno scontro che privilegia gli interessi di parte rispetto all’interesse generale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Sedute inutili, tensioni continue, dimissioni a catena e mesi di lavoro perduti. Ogni giornata di stallo ha un costo economico e istituzionale. Il Parlamento continua a funzionare, i parlamentari continuano a percepire le proprie indennità, ma uno degli strumenti di controllo più importanti resta fermo. È difficile spiegare ai cittadini perché tutto questo debba essere considerato normale. La politica dovrebbe misurarsi sulla capacità di costruire soluzioni, non di alimentare conflitti destinati a produrre soltanto nuovi blocchi. In questa vicenda nessuno può rivendicare una vittoria. L’opposizione ha scelto la strada delle dimissioni come forma di protesta, la maggioranza ha dimostrato di non possedere gli strumenti politici per ricomporre il confronto. Il bilancio finale è quello di un’istituzione svuotata e di una credibilità parlamentare ulteriormente indebolita. Quando il servizio pubblico diventa il campo di battaglia della politica, il rischio è che venga dimenticata la sua funzione principale: garantire informazione, pluralismo e indipendenza. Ogni governo ha il diritto di esprimere il proprio indirizzo politico, nessun governo dovrebbe invece coltivare l’illusione di poter riscrivere con un semplice cambio di maggioranza equilibri che appartengono alla natura stessa delle istituzioni democratiche. Ancora una volta il conto viene presentato ai cittadini. Non soltanto sotto il profilo economico, ma anche attraverso l’erosione della fiducia verso il Parlamento e i suoi organismi di garanzia. Ed è forse questo il costo più elevato di una politica che continua troppo spesso a divertirsi con i soldi degli italiani senza accorgersi che, insieme alle risorse pubbliche, sta consumando anche il prestigio delle istituzioni.
Ci si diverte in Parlamento con i soldi degli italiani
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