L’ex primario di Oncologia medica, dell’istituto Oncologico ‘Giovanni Paolo II’ di Bari, Vito Lorusso, ha patteggiato, ieri la pena con il pagamento 4.240 euro, per i farmaci sottratti dai locali dai locali del nosocomio barese. Il dirigente medico era già finito in carcere con l’accusa di peculato e concussione per aver chiesto soldi a pazienti per visite, ricoveri e per velocizzare pratiche burocratiche. Per quel processo l’imputato chiese e ottenne il patteggiamento con una pena di cinque anni di reclusione. Il patteggiamento, di ieri era stato richiesto in fase di in udienza preliminare ma venne respinto, fino al dibattimento di ieri quando, assistito dai suoi legali, gli avvocati Gaetano e Luca Castellaneta, è stato accolto. Alla somma stabilita Lorusso dovrà aggiungere, anche, le spese legali sostenute dalla parte civile costituita, l’Oncologico, che nel frattempo è stato già risarcito. Nell’ambito della stessa inchiesta sui farmaci rubati all’ospedale oncologico sette tra infermieri e operatori sanitari, coinvolti nella commissione del reato, insieme a Lorusso, avevano chiesto e ottenuto il patteggiamento con pene con pene che vanno da un anno e quattro mesi a due anni di reclusione. Ma i guai giudiziari di Vito Lorusso non sono finiti. Lorusso, infatti, risulta essere coinvolto nell’inchiesta “Codice Interno”, che il 27 febbraio del 2024 che fece scattare le manette per 137 persone accusate a vario titolo, in associazione, di voto di scambio con l’aggravante del metodo mafioso facendo emergere tutta una serie di collegamenti tra mafia, politica e imprenditoria. Per quell’inchiesta coordinata dalla Dda, la direzione distrettuale antimafia e condotta dagli uomini della squadra mobile della questura di Bari Lorusso è oggi, ancora sotto processo in fase dibattimentale. Il quel processo secondo i pubblici ministeri baresi Lorusso avrebbe avuto un ruolo nella raccolta di voti dalla criminalità organizzata in favore della figlia, Maria Carmen, per le elezioni amministrative di Bari del 2019. Maria Carmen Lorusso, che venne eletta consigliera nelle file del centro destra e, poi, passò nei ranghi del centro sinistra con la maggioranza di governo è anche lei sotto processo in dibattimento. Un ruolo di primo piano, in quella vicenda secondo il castello accusatorio, l’avrebbe giocato Giacomo Olivieri, ex consigliere regionale e già presidente della municipalizzata “Multiservizi”, e marito di Maria Carmen Lorusso, che per la stessa vicenda è a processo con rito abbreviato e risponde di scambio elettorale politico-mafioso ed estorsione. Per lui la pubblica accusa barese ha già chiesto una condanna a dieci anni di reclusione, la sentenza del gup Giuseppe De Salvatore è prevista per domani.



