Asilo, niente fuga dall’Iran nonostante il conflitto: a marzo solo 800 domande in Europa

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Le richieste di protezione internazionale nei paesi Ue+ restano stabili a quota 59mila. Venezuelani e afghani in testa, crollo dei siriani dopo la caduta di Assad. Il tasso di riconoscimento si attesta al 30%. Nonostante il conflitto in corso in Medio Oriente e nel Golfo Persico, i cittadini iraniani non hanno dato vita a una fuga di massa verso l’Europa. A marzo 2026, gli stati Ue+ (Unione europea più Svizzera, Norvegia, Islanda e Liechtenstein) hanno registrato appena 800 domande di asilo presentate da iraniani, un numero sostanzialmente stabile rispetto ai mesi precedenti e ben lontano da un’impennata significativa. Lo rivela l’ultimo rapporto dell’Agenzia dell’Unione europea per l’asilo (Euaa), pubblicato il 3 giugno. In totale, i paesi Ue+ hanno ricevuto circa 59.000 richieste di protezione internazionale a marzo, in linea con i livelli più bassi registrati da dicembre 2025. Un dato che conferma la stabilizzazione dopo il picco degli anni precedenti, dovuta principalmente al crollo delle domande dei siriani. «Gli ultimi sviluppi geopolitici che coinvolgono Iran, Israele e Libano non si sono finora tradotti in un aumento notevole delle domande di asilo da parte di iraniani o libanesi», si legge nel comunicato stampa dell’Euaa. Gli 800 iraniani di marzo – lievemente in crescita rispetto ai 680 di febbraio – rappresentano comunque una cifra modesta se confrontata con i principali gruppi di richiedenti. L’Iran resta fuori dalla top 20 delle cittadinanze più rappresentate, e «l’analisi più recente non indica un incremento significativo o sostenuto». Tuttavia, l’agenzia avverte: il conflitto è irrisolto e l’Iran «continua a rappresentare un importante rischio latente di spostamenti di popolazione, non da ultimo a causa della sua grande popolazione». Ancora più basse le domande dei libanesi: circa 210 a marzo. Nessun segnale dunque di un’escalation legata direttamente agli scontri sul confine meridionale del Libano o alla più ampia escalation regionale. Ma l’Euaa promette monitoraggio, data la volatilità della situazione. A marzo, i venezuelani hanno presentato circa 7.000 domande, piazzandosi al primo posto per poco. Quasi tutte le richieste sono state depositate in Spagna, paese che continua ad attrarre la stragrande maggioranza dei cittadini venezuelani (grazie anche all’esenzione dal visto per l’area Schengen). Subito dopo gli afghani, con 6.900 richieste: in calo rispetto al picco dello scorso settembre, ma ancora saldamente tra i due principali gruppi. La terza posizione è occupata dal Bangladesh (circa 3.300), seguita da Siria, Turchia, Mali e Haiti, ciascuna con circa 1.900 domande. Proprio i siriani segnano il dato più rilevante: 1.900 richieste a marzo, sostanzialmente invariate rispetto a febbraio e «ben al di sotto dei livelli registrati per gran parte del 2024». Per il secondo mese consecutivo, le domande dei siriani restano sotto quota 2.000, confermando che il crollo seguito alla caduta del regime di Assad si è consolidato. «Il calo delle domande siriane rimane il più importante cambiamento strutturale nel panorama dell’asilo dell’Ue+», sottolinea l’Euaa. Negli ultimi 12 mesi, le richieste dei siriani sono diminuite del 75% (da circa 131.000 a 33.000) rispetto ai 12 mesi precedenti, e questo ha trainato la riduzione del carico complessivo. A marzo, il tasso di riconoscimento della protezione in prima istanza si è attestato al 30% (considerando insieme status di rifugiato e protezione sussidiaria, mentre le forme di protezione nazionali vengono conteggiate come negative). Ma la percentuale varia drasticamente in base alla nazionalità: alta per maliani (88%), haitiani (82%), afghani (72%), sudanesi (68%) e ucraini (60%); bassissima per alcuni gruppi numerosi come egiziani (2%), venezuelani, bangladeshi, marocchini e peruviani (ciascuno al 3%). Circa il 55% di tutte le domande di marzo è stato presentato da cittadinanze con tassi di riconoscimento pari o inferiori al 20% nel 2025. L’Euaa ricorda che i dati sono disponibili in visualizzazioni interattive sul sito dell’agenzia. «Non vi è alcuna al momento indicazione di un aumento sostenuto o su larga scala» delle domande iraniane, ribadisce il rapporto

Paolo Iafrate

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