Nexo Studios – La Grande Arte al Cinema questa volta offre al suo pubblico un ritratto completo e intenso di Lucio Fontana, giocando sull’alternanza di aspetti biografici con i temi del suo percorso artistico che si rivelano quantomai attuali. Numerosi interventi di personalità che lo hanno conosciuto, pittori, scultori, esperti d’arte e d’altro ci conducono oltre i tagli e i buchi nella tela che caratterizzano il lavoro di questo artista, per raggiungerne l’essenza. Il film è realizzato con autorizzazione esclusiva della Fondazione Lucio Fontana, Unipol come main partner di Good Day Films, in collaborazione con Intesa Sanpaolo e Gallerie d’Italia e Sky, con il Patrocinio del Comune di Milano e del Consolato Generale Argentino a Milano. Per il 2026, la stagione di Nexo Studios La Grande Arte al Cinema è distribuita in esclusiva per l’Italia con i media partner Radio Capital, Sky Arte, MYmovies e in collaborazione con Abbonamento Musei.
La regia di Andrea Bettinetti è efficace e precisa: architetto prima di essere regista, autore di biografie dettagliate, mai agiografiche, che ci rendono la persona oltre il personaggio raccontato, per quello che è effettivamente stata, in questo film ci regala inquadrature che contengono una visione tecnica ed artistica insieme, fotogrammi improvvisi di particolari, lunghe immagini di paesaggi sconfinati, dettagli resi al massimo che si alternano e a volte si contrappongono. L’uso dello spazio, del pieno e del vuoto e la fascinazione per le superfici appartengono all’architettura; percepiamo davvero la materia manipolata dall’artista con potenza ma anche con delicatezza: le ceramiche che nascono dall’argilla povera e morbida, duttile, i tagli e i buchi nella tela sottile o nel metallo resistente. La fisicità dell’arte come manufatto contrapposta alla concettualità, all’astrattezza del messaggio veicolato. Perché tutti, artista, regista, spettatori siamo carne e pensiero, desiderio e concretezza. Il tutto sottolineato dalle eleganti musiche originali di Eraldo Bernocchi e Hoshiko Yamane che si dilatano e si addolciscono sulle riprese delle distese naturali ed urbane dell’Argentina e invece ci scuotono con suoni sofisticati mostrando gli squarci nella tela che spalancano l’opera verso vastità spazio/temporali. Il filo conduttore del racconto lo tiene Luca Massimo Barbero, uno dei più autorevoli storici e curatori dell’arte contemporanea (ad esempio per il Guggenheim di Venezia), che sottolinea i tratti salienti della personalità umana ed artistica di Fontana. La voce narrante appartiene a Miriam Leone che, dolce e decisa ci accompagna nella visione. Il film appare suddiviso in due momenti: nel primo le immagini delle opere e le informazioni sull’autore si alternano agli interventi dei personaggi intervistati, con flash, avvicendamenti di interpretazioni che iniziano a disegnarci Lucio Fontana e un po’ alla volta lo definiscono più chiaramente; nella seconda il racconto si fa più intimistico e cronologico: dove, quando, come si formò l’artista, chi incontrò e come si rapportò con i momenti storici che visse. Dalla nascita in Argentina al primo viaggio in Italia, la Prima guerra mondiale vissuta con ardore giovanile, la successiva delusione ricavata dall’esperienza, la fascinazione per Boccioni e l’arte futurista che esprimeva, l’adesione al fascismo. Poi il rientro in Argentina fino alla conclusione della Seconda guerra mondiale ed il definitivo ritorno in Italia, l’amore per la sua Teresita, la sua continua dualità italiana e argentina.
“La scoperta del cosmo è una dimensione nuova, è l’infinito. Allora buco questa tela, che era alla base di tutte le arti, e ho creato una dimensione infinita”
Giuliana Bruno, teorica e storica dell’arte e del cinema docente di Visual and Environmental Studies ad Harvard, ci illumina: la tela fino a Lucio Fontana è un oggetto bidimensionale. Fontana con i suoi tagli ci porta nella terza dimensione. L’artista cileno Alfredo Jaar sottolinea “l’atto magico” del tagliare e andare oltre. Questa ricerca sarà in parte condivisa con Michelangelo Pistoletto, che interviene nel film, dove è ricordata la recente mostra milanese Mirroring dedicata proprio alle affinità/contrapposizioni tra i due artisti. Padre Benanti con i suoi interventi di uomo di scienza e insieme di fede (filosofo esperto di etica nelle questioni contemporanee), è perfettamente coerente col pensiero di Fontana che considerava l’arte moderna pura filosofia e vera scienza. La multidisciplinarietà degli esperti intervenuti nel film si rivela un’opportunità di comprensione umana e filosofica dell’arte, della sua mutata funzione non più solo di ricerca del bello e insieme rappresenta efficacemente lo spaesamento dell’uomo contemporaneo che si interroga sulle questioni dell’esistenza. In questa ricerca di senso, i celebri buchi e squarci sono vere e proprie porte concettuali verso l’infinito e l’oltre, che lasciano intuire lo spazio e l’oscurità cosmica o aprono a visioni spirituali. Fontana amava le nuove tecnologie: il confronto con la tecnica moderna ci pone domande esistenziali, ma Benanti è chiaro nel dire che essa resta uno strumento, poiché solo l’uomo ha la componente fisica e naturale.
Fontana nasce nel 1899 a Rosario in Argentina nella comunità di emigrati italiani, orgogliosi delle proprie origini culturali. I genitori si erano già separati ed il padre lo riconobbe solo nel 1906. Ma il rapporto tra i due crebbe profondo e intenso, affettivo e lavorativo: una famiglia di scultori, il padre realizzava specialmente monumenti funerari. Anche Lucio lavorerà su opere di questo tipo, un primo passo di ricerca di un’altra dimensione trascendente dal terreno e di suggestione emotiva. Tornando in Italia nell’immediato dopoguerra, Fontana si trovò in una Milano ferita e disorientata da anni di atrocità, ma desiderosa di rinascere. Nel film lo vediamo andare in giro con Fausto Melotti mentre il montaggio inserisce frammenti di immagini di artisti dell’epoca come De Sica, Anna Magnani, che rappresentano il “rinascimento” che si sviluppò, poiché solo l’arte poteva portare di nuovo senso e riappacificazione delle anime. Strehler, ad esempio, fondò il Piccolo teatro animato dagli stessi intenti. Fontana si appassionò poi allo spazio, alle nuove frontiere della scienza, dando vita al movimento degli Spazialisti. L’opera prima, l’Ambiente spaziale a luce nera del 1949 è tutt’ora innovativa e contemporanea, poiché pone l’accento sulla centralità del visitatore e sulla percezione dell’individuo che entra materialmente nella ricerca dell’artista sullo spazio, la luce e il vuoto. Con questo lavoro ha anticipato e influenzato le opere ambientali e le istallazioni di artisti e movimenti italiani ed europei degli anni successivi. La racconta Giovanni Anceschi, artista anch’egli e all’epoca bambino, che ebbe la fortuna di vedere l’opera e ne rimase colpito.
A seguire la fascinazione per i neon: il docufilm evidenzia un parallelo concettuale, un incontro col più grande artista del genere, l’americano Doug Wheeler e la sua sperimentazione della percezione e dell’esperienza dello spazio, del volume e della luce. Il Museo del ‘900 di Milanoconserva la spettacolare “Struttura al neon”, iconica installazione ambientale – un arabesco di luce fluorescente lungo 100 metri – creata da Fontana nel 1951 per la IX Triennale di Milano. Nel film viene narrato il fitto rapporto con la Biennale di Venezia dove l’artista portò la sua carica innovativa ed energetica. Da questa vetrina internazionale la sua fama si diffonde nel mondo rendendolo uno dei più conosciuti e celebrati artisti del secolo scorso. Nel 1966, Fontana con l’architetto veneziano Carlo Scarpa ricevette il premio per la migliore sala Biennale realizzata. Un ingresso ovale, simbolo di fine, ma anche di nascita, che ospitava otto tele bianche con taglio centrale, che lui stesso denominava ‘Attese’, quasi manifestazione di qualcosa. La forma dell’uovo resterà nella fase finale della sua vita artistica con un sapore immateriale, sospesa nel vuoto o galleggiante nel buio. Intensa la collaborazione tra Fontana e architetti di grido del tempo, visibile specialmente in vari edifici di Milano; è l’archistar Norman Foster a sottolineare l’integrazione tra le due discipline che si nutrono delle reciproche espressioni. Tante le ceramiche realizzate per personalizzare interni disegnati da architetti. Alla passione per questa materia povera che Fontana ha trasformato in forma viva e bruciante di soggetti laici e religiosi, il Guggenheim veneziano ha recentemente dedicato una mostra, mentre pochi anni fa anche lo spazio espositivo del Negozio Olivetti di piazza san Marco – ristrutturato da Scarpa – aveva accolto un dialogo ideale tra le opere di Fontana e quelle di Antony Gormley curata da Barbero, di cui appaiono due suggestive sculture in una veloce inquadratura del film. Gormley stesso interviene dichiarando la sua gratitudine a Fontana per l’ispirazione della sua personale rottura dei confini imposti tra il dentro e il fuori, lo spazio e il tempo.
In conclusione, questo Final cut non ci appare affatto “finale” ma un varco verso nuove curiosità e ricerche, da affrontare con spirito libero, curioso, sperimentatore e ironico come il grandissimo artista.
Isa Maiullari



